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Prato, tre morti tanti perchè

Il giorno dopo e’ sempre quello piu’ difficile. Quando accadono tragedie come quella delle tre donne cinesi sepolte dentro la bara d’acqua del sottopasso di Galciana, l’immediatezza e’ dettata dagli eventi terribili che accadono. Ma e’ il giorno dopo che si affaccia la piu’ incalzante della domande: perche’? E nel dramma di tre vite umane che si spengono, lentamente, nella trappola di acqua e fango, in una citta’ moderna ed efficiente come Prato, il tema del perche’ sia accaduto e’ davvero un tarlo. E’ impossibile accettare che a Prato, nel 2010, tutto sia accaduto solo per una sia pur eccezionale circostanza naturale: 104 millimetri caduti in poco piu’ di due ore sono una sorta di bomba d’acqua improvvisa, ma non dovevano mancare le contromisure. Accontentarsi dell’imponderabile, appare riduttivo. Le messa in sicurezza e’ un obiettivo dovuto. E infatti la sala operativa della Protezione Civile, in Comune, si mette in moto intorno alle 2,30. Da circa novanta minuti la bomba d’acqua e’ innescata. L’allarme rispetto al fatto che nel sottopasso di via Ciulli ci sia una situazione disperata arriva alle 4,50. E allora, la prima domanda e’: perche’ un sottopasso come quello di via Ciulli, che appare strutturalmente un punto sensibile rispetto ad una vera e propria inondazione in atto, non e’ stato controllato, se non dopo l’allarme delle 4,50? Perche’ le dinamiche di smaltimento del sottopasso, le pompe, non hanno funzionato? Perche’ non e’ stato bloccato l’accesso al sottopasso in presenza di quei 104 millimetri di pioggia, quantomeno a partire dalle 2,30, quando la sala operativa della Protezione Civile si e’ messa in moto? Perche’ le telefonate di allerta di alcuni cittadini, che ne hanno dato conto nelle nostre interviste, non sono state tenute in considerazione? Domande alle quali tutte le risposte possibili e’ chiamata a darla l’inchiesta della Procura della Repubblica.L’altro perche’ che circola, inquietante, in questo giorno dopo cosi’ carico di rabbia e solidarieta’ per le famiglie della vittime, e’ legato alla mancata effettuazione del lutto cittadino. E qui risposte non ce ne sono: perche’ la sincera partecipazione del sindaco Roberto Cenni al dramma delle famiglie orientali, e’ certa. Ne ha dato atto anche il Consolato cinese, ieri sera, a tarda ora. Ma le bandiere a mezz’asta, il minuto di silenzio in Consiglio, di fronte ad un evento cosi’ dirompente nella dinamica della vita di una citta’ civile come Prato, non bastano, a nostro parere. Il lutto cittadino sarebbe stato un piu’ chiaro segnale di quella solidarieta’ verso la comunita’ cinese, che pure, certamente non manca ne’ nella citta’ ne’ nell’amministrazione comunale. Perche’, come ha sottolineato il vescovo Simoni: ‘la morte, nella sua dura imparzialita’, mette a nudo i nostri pregiudizi, ricordandoci che tutti, pratesi di vecchia origine o di recente venuta, e immigrati anche cinesi, siamo tutti accomunati dalla stessa umanita”.

Quella vendemmia da precario e i precari di oggi

Un trentennio fa, negli ultimi anni del “Bandini”, l’istituto tecnico commerciale che ho frequentato a Siena, insieme ad un gruppo di compagni di scuola, di questi tempi si andava a vendemmiare. Una settimana in una piccola azienda alle porte di Siena, verso Pian del Lago. Mi ricordo che tutti i filari erano in discesa e che ad insegnarci c’erano alcune donne che avevano vissuto sempre in campagna e che guardavano con sospetto noi studentelli rumorosi e inesperti. Mi ricordo che eravamo in regola: libretto di lavoro, assunzione a tempo per la vendemmia, paga sindacale che per noi era il modo per pagarsi pizza e cinema per quasi tutto l’inverno. E poi ci si divertiva, ma parecchio. Un precariato, o meglio una stagionalità, meravigliosa. Magari tornasse! Poi sono stato precario anche in altre occasioni. Un po’ di lavoro nero in qualche redazione per un annetto, con compensi in contanti di poche decine di migliaia di lire al mese, ma poi arrivò l’assunzione defnitiva. Dopo qualche anno, ho avuto di nuovo a che fare con i contratti a tempo determinato: tre nel giro di pochi mesi, prima della sollevazione dell’assunzione a tempo indeterminato. Ma tutto questo è avvenuto quando avevo poco più di venti anni. E i miei progetti di vita, il metter su casa, la figliola, e tutto il resto, ho potuto realizzarli con una solida base di lavoro.
Ricordando quelle esperienze di precario concluse in pochi anni, e l’ansia che ne derivava, non riesco davvero a capire come questo precariato sia diventato una condizione stabile per intere generazioni. Facendo così di milioni di giovani un esercito di lavoratori a gettone sempre ricattabili, per giunta, sempre più deboli nel contesto sociale.
Nel mio settore, il giornalismo, il precariato è diffuso, va avanti per lungo tempo ed espone i giovani giornalisti ad una pressione costante esercitabile dal direttore o dall’editore. Quando, dopo anni e anni di tortura dell’attesa, li assumono, sono già “rallevati” ad accettare norme e consuetudini più o meno soggiacenti. E invece ci sarebbe tanto bisogno di rinovamento, di giovani giornalisti multimediali, ma soprattutto “multipensanti”, in grado di rivoluzionare un mestiere ormai in disfacimento da logorìo del potere. Io, per esempio, sarei già pronto a farmi da parte: se una bella legge di rinnovamento reale di un settore ormai decrepito, preistorico rispetto alle possibilità che l’innovazione dei media oggi mettono in campo, consentisse ai giornalisti over 50 di essere rottamati – ovviamente di propria libera scelta! – e di lasciare il loro posto, ovviamente a tempo indeterminato, a giovani giornalisti altrimenti costretti al servilismo da precariato, io sarei disponibilissimo a tornare a tagliare l’uva nei dolci vigneti della campagna senese. A tempo indeterminato.

Bruxelles triste, sarà per i disagi dello sciopero

E’ chiaro che la cancellazione del volo di ritorno verso Firenze e la disastrata situazione della città in relazione allo sciopero dei trasporti, devono aver influito decisamente sul mio umore e sul relativo giudizio a pelle sulla capitale del Belgio. Però Bruxelles mi è apparsa davvero triste, silenziosissimo il centro intorno alla bella Grand Place, cupe le periferie e anche i palazzoni delle istituzioni europee. Ho assistito all’incontro tra il Commissario Antonio Tajani e la delegazione toscana guidata da Enrico Rossi, sulle tematiche del tessile, dal quale ho capito soprattutto una cosa: le debolezze di un’Europa che non riesce a coalizzarsi sul fronte della difesa della qualità e delle regole, lasceranno campo aperto all’invasione dei tessuti cinesi, spesso rischiosi per la salute. Finito l’incontro, a tarda sera, siccome gli alberghi a Buxelles erano tutti pieni, mentre il presidente Rossi e la delegazione toscana convergevano verso l’Olanda, a Maastricht, per subire meno impatto dallo sciopero degli aerei, noi troupe televisiva errante di Toscana Tv, siamo andati in treno ad Aalst, cittadina a 30 chilometri da Bruxelles. Anche qui un bellissima piazza, ma una desolante sensazione di solitudine e tristezza. Pochissime persone incontrate intorno alle 22,30 di sera, salvo quattro bischeri di giovanotti belgi, uno dei quali ha pensato bene di liberarsi dell’abbondante bevuta di birra, orinando nel pieno centro della bella piazza. Avrà probabilmente provato chissà quale brivido di trasgressione: poi è risalita sulla bici, poco credibile veicolo per un vandalo della notte, e se ne è andato a letto alle 11.

Per noi, stamani, il tormento per la ricerca dell’aereo cancellato verso Firenze, una buona efficenza all’aeroporto di Bruxelles per sistemarci su un altro volo verso Roma. E la sensazione di un ordine complessivo troppo ordinato. Tutto questo, in base alla sensazione epidermica di un assaggio di queste terre, che comunque appaiono molto ma molto nord. Consiglierei a Bossi di farsi qualche viaggetto più spesso da queste parti per accorgersi di quanto Milano sia al sud, ma proprio tanto al sud dell’Europa. Potrebbe essere la cura adatta contro le turbe nordiche che evidentemente lo affliggono e che spesso lo costringono a lasciarsi andare a colossali stupidaggini.  Quassù, nel vero Nord,  consigliamo anche al Ministro italiano (se ci è permesso di chiamarlo così…) di non bere birra – ottima, davvero… – perchè gli effetti potrebbero essere davvero ulteriormente imbarazzanti.

Calvino e i potenti da decapitare

Ho vissuto a Siena, in questo week end, le giornate dedicate a Calvino, proprio mentre a livello nazionale emergeva in tutta evidenza la nuova (?) ondata correntizia che sta travolgendo il Pd. Così, profondamente deluso da questa pratica di autoflagellazione che regala ossigeno ad un centrodestra decisamente diviso e in difficoltà, mi hanno profondamente colpito alcune riflessioni emerse durante il convegno su Calvino che si è tenuto venerdì al Santa Maria della Scala. Un convegno bellissimo, di alto livello scientifico ma senza l’abituale puzza al naso degli intellettuali, che avrebbe meritato ben più dei trenta-quaranta presenti. Durante il convegno, soprattutto nell’intervento del professor Mario Barenghi, è emerso il giudizio sul potere che Calvino ha rappresentato nel racconto “La decapitazione dei capi” del 1969. Dunque, 40 anni fa, Calvino utilizzava la metafora della “decapitazione”, con ogni capo che dovrà essere decapitato alla fine del proprio mandato, per affermare in buona sostanza questi concetti: il potere deve presupporre sacrifici e non privilegi; deve essere limitato nel tempo, quindi disposto al rinnovamento e non alla perpetuazione di una casta di potenti; deve essere basato su regole da rispettare in modo integerrimo. Ecco, se penso che coloro che stanno dando fiato alla deriva correntizia nel Pd, sono gli stessi che siedono in Parlamento da 20 e più anni; che fanno e disfanno – soprattutto disfanno – all’interno del partito che dovrebbe rappresentare il riformismo illuminato di sinistra nel terzo millennio, la delusione è davvero cocente. Tutto questo, non solo mentre si prepara il campo ad unatornata elettorale in cui il berlusconismo potrebbe presentare evidenti segni di logoramento, ma alla vigilia anche di importanti tornate elettorali amministrative in Toscana. A Siena, per esempio. E cosa accade nella mia città? Si dà fiato ai veleni. Le accuse di collusioni con la massoneria,  per esempio, rappresentano l’unico elemento di confronto. O quasi. E quando a Siena succede questo, si finisce per alzare una cortina fumogena sui problemi reali. Accadde agli inizi degli anni Novanta, quando vennero pubblicati gli elenchi falsi di falsi aderenti alla massoneria. Io ero tra questi. Ed è finita dopo quasi tre lustri con il pieno riconoscimento dei danni ai coinvolti, anche se resta ancora oscura la mano o le mani che quegli elenchi vergarono. La motivazione invece fu evidente: distogliere dalle vere collusioni di potere, dai reali problemi della città, dal confronto aperto libero e civile. Mi auguro, da senese, che tutto questo non riaccada di nuovo seppure in forme diverse. E che si possa confrontarsi senza paura, a schiena diritta e volto aperto, sulle cose che non vanno e su ciò che c’è da fare per garantire un futuro in particolare ai tanti giovani che sono senza lavoro. Spero e mi auguro, che per questi giovani non sussistano corsie preferenziali, amici degli amici che possano scegliere se dare un futuro a qualcuno o ad altri. Spero che i giornali, le televisioni senesi, possano aprire i loro spazi al dibattito reale, senza il peso di pacchetti azionari acquisiti o in corso di acquisizione. Spero in una città dove il dibattito delle idee sia consentito a tutti, senza che si consegnino fogli di via obbligati, per mantenere lontano dalle mura, chi ha solo il vizio di provare a ragionare con la propria testa. Non “contro” qualcuno, ma “per” qualcosa che assomigli alla libera circolazione delle idee.

I capponi di Renzi

La premessa manzoniana è d’0bbligo, per capire il “gioco” del titolo di questo post. Ne “I Promessi sposi”, appaiono come metaforici personaggi i capponi di Renzo. Quattro animali messi insieme dalla povera Agnese, madre di Lucia, che nell’intento di risolvere la questione del matrimonio negato dal Potente di turno, invia l’aspirante genero da un avvocato, il dottor Azzeccagarbugli, perchè trovi la strada giusta per risolvere la questione. Agnese usa metodi antichi, ossequiando l’avvocato, appunto con il regalo dei quattro capponi, con la speranza di superare il problema. Metodi vecchi, si direbbe oggi, comunque da dialettica sottomessa a chi si ritiene potente. Tra l’altro, nel frattempo, i quattro capponi legati con una corda, nel tragitto verso Azzeccagarbugli si beccano l’uno contro l’altro. Scrive Manzoni riferendosi alle teste delle quattro bestie: “le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. In tutto questo, stamani, dopo aver letto che il sindaco di Firenze è come la cucina Scavolini, il più amato dai suoi concittadini, con il 66,8% (sondaggio Monitor città) e dopo aver soppesato l’intervista su Repubblica in pagina nazionale e anche quella in pagina toscana, mi è venuta in mente la metafora dei quattro capponi di Renzo, come chiave di lettura dell’attuale fase renziana (nel senso di Renzi). E quindi: è certo che Renzi di fronte all’out out del Potente di turno non reagirebbe come Agnese, cercando un altro un po’ meno Potente per avere suggerimenti e consigli. Renzi preferisce la situazione en plen air, il confronto aperto, faccia a faccia. E rispetto alla situazione interna del Pd, invece di fare come i quattro capponi che si beccano come accade troppo sovente tra i compagni di sventura, Renzi preferisce sparigliare il tavolo. Alzare la sfida con un tutti a casa, anzichè cercare di avere il riconoscimento per cooptazione da qualcuno dei big del partito. E ci mette la faccia, come ha fatto con le primarie a Firenze. Quando il partito appoggiava altri, e i metodi del confronto erano simili alla metodologia dei capponi di Renzo, tutta tattica, diplomazia e politichese. E invece ha vinto Renzi, l’outsider. Tra le tante cose che dice, con toni che a volte a me sembrano sbagliati, quella del ricambio dopo tre legislature mi sembra assolutamente giusta. Così come le linee della sua piattaforma, il lavoro, la meritocrazia – purchè anche lui sia attento nel valutare persone e progetti – il welfare, l’ambiente, le riforme. Renzi ha saputo magistralmente utilizzare giornali e tv, e nel giro di un mese, utilizzando parole forti come “rottamazione” e “tutti a casa”, è diventato ancora di più un interlocutore della politica nazionale, ben più di quanto già non lo fosse come sindaco di Firenze. Ora che comincia a mettere programmi e linee politiche dietro gli slogan, e che annuncia nella convention di novembre non un’iniziativa “contro”, ma una iniziativa “per”, la strategia del sindaco più amato d’Italia, comincia a delinearsi in modo più credibile.
Dove arriverà è difficile dirlo. Ma il nodo politico, per quanto riguarda il Pd e soprattutto la speranza di un’Italia senza Berlusconi al comando, è un altro: può saldarsi il rinnovamento renziano, con il “Rimbocchiamoci le maniche” di Bersani? Cioè: può quell’eredità di valori che pure Bersani esprime in modo onesto e credibile, rappresentare un patrimonio a supporto del rinnovamento renziano? Renzi e Bersani, in sostanza, a me appaiono le facce più credibili di questa fase politica per chiunque aspiri a uscire dal berlusconismo. Sarà possibile trovare una sintonia tra Renzi e ciò che rappresenta, e Bersani e ciò che rappresenta? E’ un quesito che a me pare decisivo, proprio per dar corpo ad una fase nuova reale e praticabile ovunque. Ci sono tante realtà anche in Toscana, dove un po’ di rinnovamento farebbe tanto comodo. Dove lacci e lacciuoli, legami di potere consolidati e a volte poco comprensibili per etica e trasparenza, andrebbero rottamati. Con un po’ di coraggio e la tattica di Renzi: di fronte ai colpi bassi del Potente, non mettere quattro capponi insieme per chiedere protezione ad un Azzeccagarbugli, ma tirare fuori il problema all’aria aperta, metterlo in piazza, rappresentare un’alternativa, nei metodi e nella trasparenza. Aver fiducia nella gente, che a volte capisce. Se parli chiaro.

Il mondo oltre le nostre mura

Mai come in questa settimana ho avvertito l’esigenza di una profonda riflessione intorno alle tematiche dell’integrazione e della convivenza di più modi di intendere la religione, o le rispettive culture,  in una società sempre più multirazziale. Tanti i fatti che si sono accavallati negli ultimi giorni, su questo fronte. Li elenco, prima di tutto per fare chiarezza dentro di me, intorno al problema del come vivere in un mondo che ormai va ben al di là delle nostre mura.
Martedì sono tornato da Istanbul, dove la circostanza di un viaggio di lavoro  mi ha portato direttamente nel cuore di una città di 18 milioni di abitanti, che stava vivendo con profonda partecipazione gli ultimi giorni di Ramadam, all’insegna di una religiosità diffusa, che scandiva lìintera giornata. Cinque momenti di preghiera ogni giorno, con la voce dei muezzin che si alzava forte dai minareti. A sera, concluso il digiuno, soprattutto nella giornata di sabato, ho visto migliaia e migliaia di persone sedute a terra intorno alle moschee, a far festa. Famiglie intere che pregavano e mangiavano, con la musica fermata solo dalle preghiere diffuse dagli altoparlanti. Segni di una convivialità intensa vissuta all’insegna della fede, con profonda partecipazione. Le donne vestite con la foggia islamica, con lunghi vestiti e veli, mi hanno ricordato Sakineh, condannata morte per lapidazione, il cui destino resta sospeso, non cambiato nel suo epilogo. Per questo il tg di Toscana Tv va in onda da giovedì con il suo volto accanto a quello del conduttore.
Poi, ancora un altro fatto, nel capitolo dell’integrazione, o meglio della non integrazione, con il divieto alla partecipazione dei cinesi al Corteggio Storico a Prato, e la conseguente frattura istituzionale tra Comune e Provincia. Non capisco perchè, se il Corteggio è il momento di festa della città, i cinesi che vivono in questa città, non possano partecipare. Se c’è qualcuno che è indegno di partecipare per collusioni malavitose, come ha paventato l’assessore Milone, si persegua quella persona, non un’intera comunità.
E infine, la questione del progetto della nuova moschea a Firenze, in fotocopia di Santa Maria Novella. Una scelta, per me sbagliata. Non c”è bisogno di strizzare l’occhio ai canoni delle basiliche cattoliche, per aver diritto ad un luogo di preghiera. Anzi, la diversità può arricchire, nel rispetto reciproco. Ho visto, a Istanbul, nella splendica Cattedrale di Santa Sofia, le tracce della sovrapposizione di più religioni. I sultani che avevano disposto la cancellazione dei simboli cristiani, non sono riusciti nell’intento. I mosaici, splendidi, con i volti del Cristo, della Madonna, dei santi della fede cristiana, sono rimersi dopo secoli. I medaglioni con le scritte islamiche apposti sopra le croci e i simboli della cristianità, sono solo un orpello, sotto la grande volta della Cattedrale. Anche questo dovrebbe insegnare che la cancellazione di una fede o di un’altra, non ha senso. Come non ha avuto alcun esito neppure l’11 settembre: se sono stati abbattuti i simboli della società occidentale, le Torri gemelle, la società occidentale rimane e il terrorismo islamico è solo una scheggia impazzita del terzo millennio. La storia si prende sempre la rivincita e se oggi un messaggio ci arriva da tutto quello che stiamo vivendo all’insegna del ribollire di più culture, di più religioni, che si trovano sempre più a contatto lungo il tragitto obbligato della globalizzazione, non può che essere un messaggio all’insegna della convivenza nel rispetto reciproco, delle regole prima di tutto e delle diversità. Le nostre mura non possono garantirci più un’esistenza protetta da chi vediamo diverso da noi. Perchè ormai il mondo va ben oltre le nostre mura.

Istanbul, “c’è e non c’è” tra le vetrine finte italiane

Istanbul ti pare in un modo e subito dopo in un altro. Ultimo avamposto di confine del mondo occidentale e già acquisita trincea del pianeta Islam. C”è e non c’è, il mondo che immagini di trovare sul Bosforo. E “C’è e non c’è”, anzi Var Ve Yok, è l’azzecatissimo titolo della mostra di Emilio Isgrò, curata da Marco Bazzini, che il Centro per l’ Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, inaugura domani in questa città di 15 milioni di abitanti, che appare un enorme frullatore rutilante di culture e sapori, di odori e rumori, nominata per questo 2010 Capitale Europa della Cultura. C’è e non c’è, l’Europa, quando al tramonto, alla fine del giorno di digiuno del Ramadan, dai minareti muniti di altoparlanti, si diffonde la preghiera coranica, segnale di raccoglimento, che consente l’immediato affollamento dei tavoli di ristoranti e spacci fumiganti lungo le strade. Così Istanbul si immerge nella notte, in mezzo ai vapori di mille cucine che sembrano perfino invadere le strade. Sui muri spiccano i manifesti dei Mondiali di basket, con la Turchia che si qualifica agli ottavi battendo l’odiata Grecia. Impresa che gonfia il petto dei supernazionalisti turchi e riempie i balconi con la bandiera della mezzaluna e della stella. Si guarda la tv in ogni bar, in ogni ristorante, ma per seguire le imprese della nazionale di calcio, che va a vincere in Kazakistan con un roboante 3-0. Altinpop, eroe del calcio di queste parti, segna un gol da favola, al volo da 25 metri. E anche per il trionfo calcistico sventolano le bandiere nazionali.
Ai muri si notano anche i manifesti che invitano a votare per il referendum di domenica prossima, vero braccio di ferro tra il Governo del Premier Erdogan, islamico-moderato, e il potere dei militari, che tra mille contraddizioni rappresentano una sorta di ultima fragile trincea di laicità. Per le strade del centro, proprio a fine giornata, tornano ad affollarsi i negozi.In questa parte semicentrale della città, vicino all’Università, è tutto un susseguirsi di patacche italiane. Sì, perchè il look italico attrae, ma solo nella denominazione dei negozi. Dentro è tutta paccottiglia, più o meno. Pullulano, dunque, insegne di questo tipo: White House Firenze, Massimo Martini, La Gazzetta, Paolo Marini, e via andare. Accanto ad un improbabile Hotel Vicenza, che espone un Ristorante Venezia. Nei negozi finti italiani, si aggirano vogliose, soprattutto appariscenti bionde russe rifatte, spesso seguite a vista da giovanottoni che se ne stanno nei pressi. Mentre loro, le finte naturali russe, fanno incetta di borse e vestiti, tutto di griffes finte italiane. L’unica cosa vera italiana, appare dunque proprio la mostra del Pecci che apre i battenti domani. Emilio Isgrò è il padre della “cancellatura”, forma di arte contemporanea che proprio al gesto di cancellare attinge a piene mani. In omaggio ad Ataturk, paladino della Repubblica turca, Isgrò, domani mette in mostra la cancellatura di 14 codici ottomani, ed una grande mappa della Turchia, dove tutto è cancellato, salvo Istanbul. Potesse Isgrò, anche cancellare, quelle decine e decine di insegne finte italiane, che ci fanno sentire ancora di più, parte di un Paese che sta perdendo la sua anima.

Renzi, i rottamati e la “ggente”

 

Ieri sera alla Festa Democratica alle Cascine c’era una valanga di gente. Ma proprio tanta: centinaia e centinaia, seduti anche sul prato, per ascoltare Dario Franceschini.  E mentre si teneva il dibattito ad alta densità di partecipazione, contemporaneamente andava avanti il resto della festa, a cominciare dalla mitica Ruota di Montespertoli, con tutti i suoi prosciutti in bella mostra, davanti alla quale stava assiepata un’altra folla. Attratta dal fascino della vincita a basso costo ed alto rendimento. Dunque me ne sono andato a letto con l’immagine di questo mare di gente che sciamava alla Festa Democratica. Stamani accendo La 7 – la meglio televisione nazionale – e sento i soliti giornalisti commentatori che, qualcuno diveggiando, si divertono a dire che l’opposizione non c’è. Probabilmente anche qualcuno di loro andrebbe “rottamato”, perchè una cosa è dire che l’opposizione nelle sue rappresentanze politiche latita nella presentazione di proposte politiche credibili, altro è affermare che nel Paese non c’è opposizione. C’è eccome, solo che la classe dirigente dei partiti, e del Pd in particolare, non riesce ad affrancarsi dalle vecchie logiche e dall’antagonismo intestino, e finisce così per consentire ai giornalisti in tv di dire che l’opposizione non c’è. Ma c’è. Alle Cascine c’era eccome, così come a Siena, alla festa del Pd che si è chiusa domenica con 100mila partecipanti in 19 giorni. La base c’è e chiede sostanza, ma anche cambiamento. Ieri alle Cascine la “ggente” – come direbbero i giornalisti romani che vanno in tv – del Pd era palesemente dalla parte del sindaco Renzi, che ha invocato la rottamazione dei big del partito. Ha riservato applausi a scena aperta a Franceschini, ma il cuore della platea batteva apertamente per il cambio della guardia, per la “rottamazione”. Anche per sperare che in tv abbiano più difficoltà a dire che l’opposizione non c’è. Sarà curioso domani, l’incontro – se ci sarà – tra Renzi e Bersani, che arriva a Firenze per l’inaugurazione della nuova sede del Pd.

Da Goffredo Mameli al candidato a sindaco di Siena

Domenica sera ho concluso le mie ferie alla festa del Pd di Siena con la presentazione del libro “Goffredo Mameli – Scritti”, curato dal nipote Nino Mameli, pubblicato a cura del Consiglio Regionale della Toscana e distribuito nelle scuole superiori. Gli organizzatori di “Aperilibro” mi avevano affidato l’intervista al presidente del Consigliob Regionale, Alberto Monaci, proprio per approfondire la scelta dell’istituzione di stampare il volume nel 150° dell’Unità d’Italia. Dal Risorgimento e dalla vita eroica di Goffredo Mameli, morto a 22 anni in battaglia per difendere la Repubblica Romana, insieme a Monaci abbiamo fatto un viaggio fino ai nostri giorni. E siccome c’è aria di elezioni politiche e certezza di elezioni amministrative, ci siamo soffermati a leggere una delle pagine del libro di Goffredo Mameli, che non scrisse solo l’Inno d’Italia, ma fu poeta e politico di forte piglio innovatore. Così capace, da essere, ad appena 20 anni, una sorta di mediatore tra Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. La pagina che ci siamo riletti, con Monaci, davanti al pubblico di “Aperilibro”, è quella in cui l’11 gennaio 1849, Mameli fissa i requisiti dei candidati alle elezioni: “Prima e indispensabile dote dei candidati, quell’onestà personale che fa di un uomo politico un apostolo, d’una opinione una credenza, d’un partito una religione. Noi vogliamo uomini che sentano quello che dicono; rifiutiamo l’abitudine d’ipocrisia. Noi vogliamo la verità”. E ancora. “Scruteremo nei nostri candidati i fatti passati, elimineremo gli uomini che, o per tristizie o per inettezza, hanno mancato agli onori e agli interessi del paese”. Insomma, parole auliche, stile un po’ retorico, ma contenuto da sottoscrivere in pieno. Ho così chiesto ad Alberto Monaci, quale fosse l’identikit del candidato ideale a Siena: “Penso a Enea Silvio Piccolomini – ha risposto – al Papa senese, di Pienza, che sapeva conciliare le mille esigenze dell’epoca, con saggezza. Non credo che si debba stare molto attenti alla radice cittadina del futuro candidato. Anzi, la capacità di leggere Siena con l’obiettivo del territorio extramoenia, un po’ al di sopra di quelle attività di lobby particolari che caratterizzano l’area urbana,  è una dote che sarà utile al futuro sindaco di Siena. Penso che uno dei primi cittadini più capaci sia stato Fazio Fabbrini, che veniva dall’Amiata”.

Quando arriva il cartello “Sei su scherzi a parte?”

Saltando da sito a sito, da Facebook alla posta elettronica, così tanto per tirare un po’ tardi, mi sono soffermato sui titoli della home page di Corriere.it. Tralascio quelli di politica, perchè c’è poco da stare allegri tra Marchionne che invita ad un nuovo patto sociale, dopo le vicende di Melfi; e Berlusconi che parla di vecchia politica e dice “basta con le ammucchiate”, non so bene se riferendosi a certe serate a Palazzo Grazioli o a che altro. Ma la sensazione del metafisico ormai a un passo, dell’abissale realtà nella quale viviamo, che è molto ma molto più inquietante di un film horror, o di certe parodie di film horror, arriva dai titoli di cronaca. Li elenco:

“Orrore al Brennero: litiga con un camionista che lo investe e lo uccide sul colpo”.
“Bambini prendono a calci immigrato a Civitanova Marche: i genitori ridono”
“Il sindaco gioca al Superenalotto con soldi pubblici”
“Gheddafi arriva a Roma con trenta cavalli in aereo”
“Quanti scoiattoli a Brera: ma sono topi!”
“Calci alla moglie davanti ai figli, arrestato pallanuotista Porzio”
“Tenta violenza su donna incinta: terzo caso in poche settimane”.

Meno male che a fondo pagina c’è il lato B della Santarelli in costume a Sabaudia. Bellissima e per giunta compagna del senese Bernardo Corradi. Per tutto il resto, compresi Marchionne e Berlusconi, quando arriva il cartello ”Sei su scherzi a parte”?