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Carta di Siena, i cittadini contano. Il mio intervento

 

Dopo tre mesi di lavoro intenso, la Carta di Siena della Buona politica, frutto dell’elaborazione del Forum della Buona politica che a Siena ho coordinato, ieri sera è stata presentata e fatta propria dalla coalizione di centrosinistra che sostiene la candidatura a sindaco di Franco Ceccuzzi. Per la prima volta, la proposta elaborata in un processo partecipato di cittadini, iscritti al Pd e non, viene accolto nell’alveo di un progetto politico per Siena, da una coalizione di forze politiche.  Con questo intervento, ho introdotto l’incontro.

“Vorrei, stasera a conclusione del percorso del Forum della buona politica del Pd, far parlare soprattutto la Carta di Siena. Mi soffermerò su alcuni dei venticinque articoli, mentre l’intera Carta è a disposizione dei presenti, e domani sarà in Rete. La Carta di Siena da oggi, dopo un’analisi comune fra le forze che la compongono, diventa patrimonio della coalizione di centrosinistra, che sostiene la candidatura di Franco Ceccuzzi a sindaco di Siena. In questo Laboratorio delle idee, che mi auguro sia luogo di definizione di programmi concreti, ma anche di condivisione di valori e speranze per Siena, che sappia unire il rigore delle scelte di governo, il saldo ancoraggio al pragmatismo della politica e all’efficienza dell’amministrazione, al costante riferimento ad una visione comune della città che, per quanto riguarda i partecipanti al Forum, ha riferimenti irrinunciabili: equità, trasparenza, partecipazione, come elementi di rinnovamento della politica e di un rinnovato patto di fiducia tra i senesi e il proprio Comune.

Comune che per noi, lo scriviamo negli articoli 1 e 2, è “al centro della vita senese. Sul Comune risiede il primato di responsabilità per ogni percorso di progresso nella sostenibilità, nella trasparenza e nella tutela dell’interesse generale. Un Comune che, senza che venga meno il principio della responsabilità alla base della democrazia rappresentativa, assuma la partecipazione dei cittadini come primo riferimento per l’etica della politica, per arricchire la qualità della democrazia attraverso un rapporto diretto con i cittadini e buone pratiche di partecipazione, che siano in grado di misurare il grado di consenso su diverse alternative in campo. Un Comune, propulsore coerente di una amministrazione in linea con i valori identitari della città, nonché con i principi della solidarietà che hanno caratterizzato da sempre questa collettività Un Comune che sia argine – sto leggendo ancora dall’articolo 1 – contro i rischi di clientelismo, nepotismo, di trasversalismi e derive lobbistiche, tali da rappresentare possibili condizionamenti dell’imparzialità dell’azione di governo.”.

Di fronte alla sfida della crisi, alla costruzione di un modello economico e di sviluppo necessariamente nuovo perché nulla sarà come prima, la Carta all’articolo 6 definisce l’impegno etico, prima ancora che programmatico, per il Comune, di assumere il tema del lavoro e della dignità dei percorsi di vita, come cardine del futuro governo della città, per aumentare l’occupabilità della popolazione. Scegliendo l’innovazione, come metodo concreto di governo, per favorire l’imprenditoria giovanile, l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e per far sì che i giovani senesi possano trovare risposte concreti a diritti primari, a partire dal riconoscimento del merito.

Con l’articolo 7 della Carta di Siena, a sostegno della componente più giovane della popolazione, l’amministrazione comunale di Siena afferma il valore degli stages di formazione come momento fondamentale per il futuro inserimento nel mondo del lavoro. E prende impegni precisi: a tutela della dignità dei partecipanti agli stages, al fine di evitare ogni possibile rischio di uno sfruttamento improprio o di utilizzo sostitutivo di funzioni, apposterà nel proprio bilancio, ogni anno, le risorse necessarie per garantire un congruo riconoscimento economico ai partecipanti agli stages.

Vorrei aggiungere qualche dato, per capire quanto questo articolo, sia legittimamente inserito dentro una Carta etica del centrosinistra. In Toscana, nel 2010, sono stati attivati circa 12.000 stages. Solo 931 sono sfociati in una successiva opportunità di lavoro. Ma solo 89 sono stati stabilizzati, circa lo 0,7% del totale.

E’ su queste cose, su questi problemi reali, che la Carta propone il suo percorso. Così come, sul fronte della grave crisi dell’Università: senza entrare nel merito dei punti programmatici che la coalizione saprà elaborare nell’interesse dell’istituzione e dei lavoratori, la Carta delinea comportamenti, appunto di carattere etico, nel rapporto tra Comune e propri nominati negli organi di governo dell’ateneo. Si legge all’articolo 15 che “il sindaco di Siena si impegna ad agire verso l’istituzione universitaria, nel rispetto dell’autonomia decisionale dell’ateneo, affinché le scelte dell’Università siano sempre ispirate al principio della responsabilità sociale. Altro impegno: rendere esplicito ai membri nominati nel Consiglio di Amministrazione dell’Università e nel Collegio dei Sindaci, il mandato a favorire la piena leggibilità delle scelte fatte, dei bilanci, e degli atti compiuti, nonché l’indirizzo di rendere costante e ravvicinato nel tempo il rendiconto sulla evoluzione dell’Università, da portare a conoscenza non solo della giunta e del consiglio comunale, ma dell’intera collettività senese”.

Comportamenti riaffermati in via generale, quelli della responsabilità sociale e della piena trasparenza e leggibilità degli atti, in altri articoli, in riferimento, ad ogni nomina di derivazione comunale, a cominciare dalla Fondazione Monte dei Paschi.

Gli articoli dal 9 al 14 riguardano i processi di nomina. All’articolo 9 si afferma che il sindaco si farà garante che ogni nomina e designazione comunale, siano ispirate ai principi dell’onestà, del merito e della competenza e delle pari opportunità di genere, nonché del rinnovamento della classe dirigente. Con la Carta si afferma anche il principio etico della non cumulabilità degli incarichi.

Rispetto al tema della presentazione della candidature, anche nei consigli di enti interessati a nomine comunali, l’articolo 11 definisce percorsi di piena trasparenza. Visto che si sta parlando di andare a ricoprire ruoli di natura pubblica, con la Carta si richiama una correttezza etica nella messa a disposizione di alcune informazioni, che hanno stretta attinenza con la funzione pubblica di rappresentanti degli interessi generali dei cittadini.

E questa opportunità di trasparenza personale è inserita in un patto di fiducia tra amministrati e amministratori che non può che fare base, per esempio, sulla disponibilità di chi va a ricoprire incarichi pubblici in una città come Siena, a rendere noto il proprio stato patrimoniale, aggiornandolo ogni anno. Soprattutto in tempi di crisi i cittadini potranno rendersi così conto che in questa città, come è tradizione di buon governo, nessuno si arricchisce di certo con la politica.

Afferma ancora, la Carta di Siena, che chi si candida a ricoprire un incarico di governo pubblico e sia anche un datore di lavoro, dovrà essere in regola con tutte le norme che tutelano i diritti dei lavoratori. Dentro la coalizione di centrosinistra, soprattutto in una città come Siena, dove i diritti fanno parte dell’identità collettiva, questo tema credo che sia particolarmente condiviso.

Noi all’interno del Forum, abbiamo sottolineato con piena coscienza e determinazione, che auspichiamo il governo di una città di cittadini e cittadine eguali, in grado di promuovere, come è scritto all’articolo 8, il ricambio generazionale nelle istituzioni e nel governo della città, riconoscendo merito e capacità alle nuove generazioni, per valorizzarne i saperi e le competenze utili alla realtà cittadina e al suo sviluppo;

- un Comune in grado di perseguire, nella propria azione politica e amministrativa, la parità di genere tra uomo e donna; il sostegno ai soggetti deboli; le azioni politiche e sociali tese al reinserimento dei disoccupati nel mondo del lavoro; un Comune che protegga gli anziani e ne salvaguardi i diritti di assistenza e serena esistenza; un Comune che valorizzi i saperi e le competenze diffusi nella realtà cittadina.

A questa città pensiamo, più moderna e più europea, che sappia promuovere l’utilizzo delle nuove tecnologie – vengono suggeriti metodi e pratiche dagli articoli 22 al 25 – per migliorare l’informazione, la comunicazione e ridurre il digital divide. Una città dove il Comune di Siena riconosca, come recita l’articolo 4, che l’accesso alla Rete è un nuovo diritto dei cittadini e un’occasione complessiva di crescita per la città, di arricchimento culturale, di opportunità per le imprese, di dialogo sociale. E si impegni per il wi fi libero.

Quanto agli strumenti di partecipazione, quelli della presenza diretta dei cittadini nel dialogo con l’amministrazione, vista la conclusione per legge nazionale dell’esperienza delle circoscrizioni, sarà il futuro consiglio comunale a dover analizzare le possibili soluzioni, anche in chiave di necessaria revisione del capitolo VII sulla partecipazione dello Statuto Comunale.

La Carta di Siena delinea i possibili indirizzi, negli articoli dal 16 al 21, con la determinazione dell’impegno dell‘amministrazione comunale a fare della partecipazione un motore di sviluppo della Siena dei prossimi anni, attraverso il coinvolgimento dei cittadini nei progetti e nelle grandi decisioni che riguardano la comunità, come la più alta garanzia perché Siena possa crescere nell’armonia e nella tutela delle sue caratteristiche che ne fanno una città unica al mondo.

Il Comune si impegna a creare nuove forme di dialogo-ascolto con i cittadini, nell’intento di contribuire ad una più elevata coesione sociale, attraverso la valorizzazione di tutte le idee, in particolare quelle dei giovani, nonché di tutte le forme di impegno civico e dell’associazionismo, comprese quelle più genuine della tradizione senese. E rispetto alla riflessione sull’esperienza conclusa delle Circoscrizioni, la Carta auspica che entro un anno dall’insediamento del nuovo Consiglio Comunale, siano resi operativi nuovi luoghi e strumenti di decisione partecipata ed il loro regolamento.

Quali? Sarà compito del futuro consiglio dare risposte. La Carta all’articolo 18, dopo aver vagliato attraverso l’attività del Forum, esperienze di decentramento in altre città d’Italia, sottolinea l’impegno del futuro Consiglio Comunale a valutare l’ipotesi del varo delle Consulte territoriali dei cittadini, sia in chiave consultiva che propositiva, aperte a tutti i cittadini senesi residenti, a quelli che studiano o lavorano a Siena, con l’elezione – leggo ancora all’articolo 18 – di una Delegazione e di un Portavoce di ogni Consulta. Ogni attività in seno alla Consulta, anche quelle derivanti da nomine elettive, rappresentano una forma di impegno civico, da prestarsi a titolo gratuito, nell’interesse della collettività”.

Sono abituato a parlare in pubblico non più di dieci minuti, ma stasera i 25 articoli della Carta, meritavano quantomeno una proposizione articolata, almeno di alcuni. Per il resto, mi auguro che ci sia una lettura attenta a comprendere il contributo dato da tanti cittadini senesi, in piena libertà e autonomia di proposta.

Vedete, se si fa una scelta di campo forte sul fronte dell’affermazione dei valori, come abbiamo fatto con la Carta e la si lega a pratiche e metodi concreti per il governo di una città come Siena, chi si opponesse a questo, non avrebbe il coraggio di affermare la propria contrarietà. Come si potrebbe fare a opporsi al valore della trasparenza, a quello dell’equità, o al valore del rinnovamento della classe dirigente attraverso il merito e la competenza? A chi eventualmente, mal sopportasse tutto questo, non rimarrebbe dunque che affidarsi alla disinformazione rispetto ai contenuti della Carta, che invece è chiara e trasparente.

Personalmente, da cittadino senese, mi auguro che soprattutto in questi mesi prima del voto, sia superata la stagione del discredito gettato verso chiunque abbia diverse idee dalle proprie, la stagione delle calunnie, dei veleni, delle falsità. Sono stagioni che hanno fatto male a questa città. Non ha più senso tornare a quei miasmi che hanno lasciato il segno in tanti senesi.

Non c’è più bisogno di abili dissertazioni tese comunque a distruggere, ma di aperto confronto pur fra posizioni diverse e anche opposte, per costruire.

In questo senso la Carta di Siena, che oggi diventa patrimonio del laboratorio del centrosinistra, esprime anche la novità del metodo. E’ nata dal confronto appassionato tra tutti coloro che hanno voluto partecipare ad un Forum aperto, a cui hanno dato un apporto significativo, i tre garanti, i docenti universitari Adriano Fabris, Massimo Morisi e Maurizio Masini, che ringrazio.

Tre mesi di intenso dibattito, tante riunioni in cui l’appiglio ai valori identitari appena ricordati, è stato il collante e la spinta che ci ha ispirato. Abbiamo lavorato insieme, con la tecnica del foglio bianco. Ogni sera dagli interventi nasceva un canovaccio, che poi la notte veniva sintetizzato sul foglio, e la mattina dopo tutti i membri del Forum avevano il testo che approvavamo poi nella riunione successiva.

Siamo andati avanti così, con un processo partecipativo vero e denso di contenuti, che muoveva da un bisogno comune: partecipare, affermare il proprio diritto a offrire le proprie idee per la propria città, e utilizzare l’opportunità del Forum per uscire dall’angusto spazio del mugugno, del disinteresse, della sfiducia, della delega in bianco che fa comodo a pochi, e crea danni per molti.

Ci sono state oltre duecento persone che in questi mesi hanno trovato il modo di parlare insieme, di lavorare insieme, di pensare insieme ad una città più giusta e più equa, che cerchi di uscire dalla crisi facendo forza su se stessa E lo abbiamo fatto perché fiduciosi di essere ascoltati, prima di tutti dal candidato a sindaco, e poi dall’intera coalizione.

Franco Ceccuzzi è oggi la persona giusta per comprendere quanto, il percorso autorevole della propria esperienza politica, nel momento in cui si mette al servizio di Siena, possa rinnovarsi e rafforzarsi proprio attraverso il confronto con i cittadini senesi, in un dialogo costante all’insegna dell’equità, della trasparenza, della partecipazione, che renda il Comune casa di vetro e palazzo delle idee per la nuova città.

Per chi si riconosce in questi valori, per la coalizione di centrosinistra a cui è ora affidata, la Carta è un vero e proprio patto di fiducia del terzo millennio fra amministratori e cittadini. Bussola comune per tutti coloro che sentono la necessità di dire a chiare note, anche oggi, tanti anni dopo, come Don Milani, il contrario di “me ne frego”, attraverso un’affermazione nuova e antica nello stesso tempo: e cioè, mi importa.

Mi importa di Siena, del suo futuro e del futuro dei senesi, soprattutto di quelli più giovani, con i quali, personalmente, vorrei poter continuare a condividere, la speranza in giorni migliori”.

Daniele Magrini

14 marzo 2011

Pista di Firenze, accordo lontano dopo il vertice Pd

Tempi supplementari. Il gran consiglio del Pd, con i vertici istituzionali e di partito, sul tema della pista di Peretola, è stato aggiornato dopo la mezzanotte, al termine di sei ore di riunione ininterrotta , quando si è capito che una posizione condivisa non sarebbe venuta fuori. Anzi, durante l’incontro, ci sono stati momenti di tensione e scontri dialettici non da poco. E alla fine, stamani, consegna del silenzio per tutti, interviste annullate e bocche cucite, perchè – si fa sapere – il dibattito è serio e importante, ed è meglio evitare distorsioni e fughe in avanti. L’incontro si è tenuto nell’ufficio del presidente della Regione Enrico Rossi. C’erano i vertici del partito, il segretario regionale Andrea Manciulli, quello metropolitano Patrizio Mecacci, e poi i sindaci della Piana, che rappresentano il fronte del no alla pista parallela, insieme a Prato, presente con Ilaria Bugetti, Fabrizio Mattei e Lamberto Gestri. Presente anche il sindaco di Firenze, Matteo Renzi e il presidente della Provincia, Andrea Barducci. C’è anche il capogruppo in consiglio regionale, Vittorio Bugli, uno di quelli che cerca di mediare, insieme a Manciulli e Mecacci. Ma non c’è verso, al momento. Alla fine dell’incontro è Ilaria Bugetti, la prima ad uscire, che sintetizza: “E’ stata una discussione seria, finalmente vera. Prato, Campi e Sesto si stasia,nno attestando sul fatto di mettere in sicurezza l’aeroporto, parlando dell’allungamento della pista attuale”. Soluzione questa che non piace al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, da sempre favorevole alla pista parallela, che avrebbe dichiarato: “Mai preso in considerazione l’allungamento». Ipotesi, quella della pista parallela all’autostrada,che sembrebbe preferita anche da Rossi, che comunque nell ultime dichiarazioni ufficiali ha ribadito che le ipotesi in campo sono due: pista parallela o allungamento. Anche se oggi sulla Nazione, il presidente dell’Enac, Vito Riggio, dice che l’allungamento non basterebbe ad evitare un declassamento di Firenze. E quello dell’Enac sarà un parere vincolante.  La soluzione della pista parallela, prevede la realizzizzazione di una pista di 2500 mt, da portare in un secondo tempo a 3000. Il progetto non è dunque, tanto potenziare l’eroporto di Peretola, quanto proprio modificare il livello dello scalo. A detta del fronte del no, se il progetto della pista parallela all’auotstrada fosse realizzato, l’intera Piana sarebbe investita da un traffico aereo insostenibile, visto che si parla di atterraggi e decolli ogni 10 minuti, per di più con grossi aeromobili. Secondo i pratesi presenti al summit, Prato risulterebbe pesantemente investita da questa mole di traffico. Il presidente della Provincia, Lamberto Gestri ha affermato che se in fase di atterraggio il “cono”  riguarderebbe solo alcune zone della città, in fase di decollo sarebbe interessato tutto il territorio urbano, a seconda della direzione presa dagli aerei.
Suscitano perplessità anche i costi. Si parla di un investimento di 200/300 milioni di euro, con interramento del vicino Fosso Reale e rialzamento di un pezzo d’autostrada. Soldi che, sostiene il fronte del no, potrebbero essere più utilmente impiegati in altre infrastrutture.  Partita dunque difficile, davvero, con il sindaco di Sesto, che dopo aver rifiutato l’ipotesi di Rossi di andare avanti negli approfondimenti tecnici,  torna a rimettere in campo anche la questione dell’inceneritore. Futuro dell’area tutto da definire e dibattito pubblico attraverso il processo di partecipazione, chiamato quantomeno a fare chiarezza sulle posizioni e le possibilità di dialogo. I tempi supplementari della riunione del Pd ci saranno forse la prossima settimana, ma rimane ancora da capire se c’è e chi sia, un arbitro della partita, che le squadre in campo si impegnano a riconoscere.

Trenitalia lascia al gelo due carrozze del Treno della memoria

Nuovo terreno di scontro tra la Regione e Treinitalia: stavolta si tratta del gelo in cui sono stati costretti a viaggiare stanotte 120 ragazzi  e alcuni professori, dei circa 580 partecipanti al Treno della memoria, al ritorno da Auschwitz. In  due carrozze infatti non funzionava il riscaldamento, né la luce. Il paradosso è che anche all’andata tre carrozze, con i 180 passeggeri erano stati al gelo. Su sollecitazione della Regione, l’agenzia che ha organizzato il viaggio saldando in anticipo Trenitalia, è riuscita a far mandare a Cracovia, per il viaggio di ritorno, tre carrozze sostitutive, arrivate da Lecce. Ma due su tre erano mal funzionanti come quelle che sostituivano. Regione e agenzia stanno già studiando l’azione di tutela contro Trenitalia.

Per alcuni dei ragazzi. è stato possibile il trasferimento, per altri no. Il medico è intervenuto per alcuni malori causati dall’escrusione termica abbondantemente sotto zero

Il viaggio della memoria finisce. E comincia

Quando Goraj, ha preso il microfono, davanti ai 600 ragazzi del Treno della memoria, nella piazzetta davanti alla stazione di Cracovia, si è fatto il silenzio. E lei ha gridato dentro il microfono tutta la sua rabbia, per aver visto ciò che non avrebbe immaginato di vedere. Ma pure la sua certezza di ripartire verso la Toscana, piena di angoscia, ma anche di forza, e speranza nuove. Poi è scoppiata a piangere. E le sue lacrime hanno rotto l’argine del silenzio.

In tanti sono andati al microfono, per ringraziare, per testimoniare, per prendere impegni, semplicemente per dire che appena tornati a casa apriranno un profilo di Facebook dedicato al Treno della memoria, per restare uniti, per non disperdere le sensazioni e le emozioni di questi giorni, irripetibili per tutti. Ecco, forse proprio in quel momento, quando i ragazzi hanno annunciato che nel loro terreno di dialogo più comune, il social network più diffuso, e quindi con le loro abitudini e con il loro linguaggio, avevano deciso di dare cittadinanza, legittimità e continuità al ricordo e alla consapevolezza diventate patrimonio comune in questi giorni, tutti ci siamo resi conto che il viaggio del Treno della memoria, in realtà, cominciava proprio nel momento in cui finiva, alla stazione di Cracovia, crocevia di sentimenti e sensazioni che avevano ormai abbattuto ogni barriera di età.

Quando Ugo Cafaz ha sollecitato la marea oscillante dei ragazzi ad un abbraccio, è stato come se i giovani attendessero proprio quel contatto, per darsi coraggio, per ritrovarsi uniti. E poi, il minuto di silenzio per i milioni di persone che non ce l’hanno fatta a sopravvivere all’orrore di Birkenau e di Auschwitz, è stato in realtà un urlo di rabbia e un monito verso chi volesse riprovarci.

Tornano a casa i ragazzi toscani, torniamo a casa, più ricchi, più consapevoli, ambasciatori di un futuro migliore, evangelisti della ragione, combattenti della speranza. Pronti a mettere in dubbio le nostre scontate risposte, quelle del mondo senza fili spinati e senza forni crematori, sicuri che solo le domande – come ha detto l’ultimo dei ragazzi intervenuti davanti alla stazione di Cracovia – solo la disponibilità a lasciarsi sempre mettere in discussione dalle domande, ci farà viaggiare sicuri, più forti, nel nostro personale Treno della memoria sempre in partenza, in questo viaggio dei valori, che stasera nel gelido tramonto di Cracovia, appare perfino possibile.

La memoria e il futuro: abbraccio tra i sopravvissuti ai lager e gli studenti toscani

Oggi, 27 gennaio di 65 anni fa, il lager di Auschwitz veniva liberato. Ed è dunque un privilegio essere qui, ora, seppure quando quel giorno di giustizia appartiene ormai alla storia.  E l’incontro fra i sopravvisuti ai campi di sterminio e i giovani studenti toscani del Treno della memoria, che si è tenuto ieri sera, assume meglio, in questa giornata di ricorrenza, i tratti definiti della speranza. La platea del cinema Kiev è stracolma di ragazzi. Sul palco i volti emozionati degli anziani scampati alla crudeltà nazista.  Nell’attesa dell’inizio delle testimonianze, già carica di pathos, si sparge a stemperare il clima, la battuta di un giovane giornalista toscano“Meglio trenisti che tronisti”. Con questa sintesi folgorante, inizia l’incontro al cinema Kiev di Cracovia fra gli studenti toscani del Treno della memoria e i sopravvissuti ai lager, che si rivelerà un lungo e caldo abbraccio tra generazioni lontane negli anni, ma non nei valori. Tre ore intense, commoventi, con i racconti degli scampati allo sterminio, seguiti in un silenzio assordante dai seicento ragazzi toscani. Tante non hanno retto alla commozione, soprattutto quando Tatiana Bucci, reclusa a Birkenau insieme alla sorella Andra quando avevano 6 e 4 anni, ha confessato che per la prima volta, oggi, è riuscita ad entrare al Museo di Auschwitz, ed è ritornata indietro fino a quei giorni di terrore: “Ho deciso per la prima volta di non sfuggire a questa visita – ha detto – perché in mezzo a voi mi sono sentita sostenuta, appoggiata. Insomma, non ero sola davanti ai miei fantasmi di allora”. Poi, Marcello Martini, toscano, uno che aveva il triangolo rosso sulla casacca a strisce dei reclusi. E quel segno voleva dire che era un prigioniero politico, ad appena 14 anni. Già grande per i nazisti, eppure con tutta una vita davanti. La sua esistenza è stata un continuo uscire fuori dal lager, a cominciare dai giorni immediatamente successivi alla liberazione: “Quando sono tornato a casa, non sapevo come stare insieme con i miei genitori. Non sapevo come vivere in casa, in famiglia. Gli anni della reclusione avevano cancellato i miei affetti, i miei sentimenti”. Un tema, questo della cancellazione dell’anima delle persone, degli effetti devastanti sull’intimità dei prigionieri, che è stato sottolineato nell’avvio dell’incontro da Giovanni Gozzini.

L’ultima testimonianza di un sopravvissuto è di Antonio Ceseri. Era marinaio, strappa più volte l’applauso dei ragazzi. Per 50 anni, fino al Duemila, Ceseri non aveva confessato a nessuno la sua reclusione. Poi, la sua storia è riemersa dalle carte dell’ambasciata, e stasera ha trovato la forza di parlare di fronte ai ragazzi toscani a Cracovia: “Ero un marinaio e mi presero i tedeschi insieme a 130 miei compagni. Ci rinchiusero a Treblince e ad un certo punto, dopo mesi di torture e vessazioni, capimmo che era giunta la nostra ora. Ci radunarono di fronte ad un muro, a gruppi di tre. E poi – ha ricordato Antonio Ceseri – partirono le raffiche. Vedevo i miei compagni cadere ad uno ad uno ed anche io piombai a terra, anche se non ero stato raggiunto dai colpi. Rimasi cinque ore sotto i cadaveri dei miei amici”. Scampato così alla morte, per Antonio Ceseri la beffa arriva al ritorno in patria, quando lo richiamano alle armi, per pattugliare la costa romana e liberare le acque dalle mine: “Pensai che se mi ero salvato dai tedeschi nel lager, non sarei sopravvissuto alle mine vicino a casa mia”, ha esclamato Ceseri, ed ha avuto perfino la forza di sorridere, davanti alla platea dei ragazzi toscani, che si è lasciata andare ad un lungo applauso.

Lo stesso che aveva accolto Cinzia Settembrini, giovane studentessa del Parlamento toscano degli studenti, che ha concluso il suo intervento con poche, emozionate parole: “Ho visto cose in questi giorni, che mi hanno fatto star male, che mi hanno fatto guardare in faccia la cattiveria degli uomini. Ma torno a casa più forte – ha concluso Cinzia – con maggiore consapevolezza, e la speranza di poter credere in un mondo migliore, non solo rispetto a quei giorni di ferocia, ma anche rispetto alla mia contemporaneità, che non mi piace”.

Auschwitz, il lavoro rende liberi. Di morire

Li chiamavano “pezzi”, i nazisti, i prigionieri di Auschwitz. Li accoglievano beffardi, con la scritta-truffa appesa sopra l’ingresso: “Arbeit macht frei”, ovvero “Il lavoro rende liberi”. Beffa atroce, visto che il campo di concentramento di Auschwitz, aveva uno scopo e una missione: uccidere con il lavoro. Usare proprio la costrizione ad un lavoro forzato, terribile, inumano, come arma letale di distruzione. Per chi non moriva di stenti, c’era sempre l’opzione della camera a gas. Sotto quella insegna, che è una delle più grandi bugie della storia, sono passati stamani centinaia e centinaia di studenti e toscani. Dopo Birkenau, il campo di sterminio, ecco spalancarsi davanti a loro la geometrica prospettiva dei blocchi a mattoni rossi: famigerato il blocco 11, quello delle prigioni sotterranee, dove si stava in piedi, serrati l’uno contro l’altro, e al buio. Accanto il blocco 10, quello degli esperimenti sulle donne, con i medici nazisti a cercare di scovare il metodo per la sparizione di genie razziali non gradite. A fianco del casamento degli orrori, al Muro della Morte, i ragazzi toscani sono arrivati in corteo. E’ qui che impazzavano le pallottole che distruggevano intere famiglie: e’ qui che il colonello Palich faceva esplodere le teste dei neonati davanti ai loro genitori. Daniela Lastri, in rappresentanza del Consiglio Regionale, ha pronunciato poche, emozionate parole: “L’orrore che si prova in questo luogo – ha detto – sappia essere per voi una spinta di speranza e nello stesso tempo un argine contro ogni intolleranza”. Cristina Scaletti, assessore alla cultura della giunta regionale, ha sottolineato il bisogno di memoria: “Sapere, conoscere la propria storia – ha detto – è l’unica garanzia per evitare che si torni nel buio profondo della ragione, di cui Auschwitz è uno degli avamposti”.
Finita la piccola cerimonia con la deposizione delle corone al Muro della Morte, i ragazzi sono entrati dentro i blocchi. Attoniti di fronte alla valanga di capelli dei deportati: soprattutto biondi, soprattutto di donne, che venivano spediti alle fabbriche tessili per farne tappeti e tessuti. O di fronte alla massa incredibile di scarpe, povere le più, qualcuna di lusso, con i tacchi alti e la vernice colorata. Sgomenti di fronte alla montagna di protesi, stampelle, supporti per gli invalidi: oggetti che garantivano a chi, in vita, era costretto a farne uso, il canale privilegiato e immediato verso la camera a gas. Come per i portatori di occhiali, anche questi accatastati in un teca. Perché ad Auschwitz solo il lavoro rendeva “liberi” di sopravvivere per un paio di mesi in più. Ma la morte poi arrivava comunque, o di stenti, di fatica, di freddo. O per la doccia salvifica in “Canada”, così i nazisti chiamavano il forno crematorio.

Due cose colpiscono e scuotono nel profondo, di quelle custodite nel museo di Auschwitz: i vestitini dei bambini piccoli, le loro bambole, i piccoli giocattoli consunti dal tempo, le valigie con i nomi e le date di nascita e di morte, qualcuna distante diciotto mesi, 2 anni, poco più. E le pareti ricoperte di foto. E’ la prima volta, in questo viaggio del Treno della memoria, che entriamo in contatto con i volti delle vittime. Visi antichi, primi piani che fissano la consapevolezza delle morte imminente: immagini segnaletiche, con tanto di numero di matricola. Una procedura che fu abbandonata ben presto: poi la burocrazia nazista passò al più rapido e incancellabile metodo di registrazione: il tatuaggio, il marchio a fuoco dei deportati. Consola, uscendo da Auschwitz, passare davanti alla forca dove fu appeso Rudolf Hesse, il despota di Auschwitz. Ma poco di fronte a quello che è accaduto, neppure 70 anni fa. Niente di fronte ai tempi dell’universo. Mentre usciamo, la guida ci indica un signore curvo, che arranca grazie ad un bastone, e si fa largo in mezzo alla neve che torna a fioccare, sorretto da un giovane: “E’ uno dei pochi che è riuscito a fuggire da qui. Torna spesso”. Forse per rinascere, perché questa di Auschwitz è in fondo la sua terra, la terra della sua vittoria. E se i ragazzi toscani capiranno, anche terra di speranza di uomini e donne nuovi, resi liberi davvero, dalla memoria che diventa consapevolezza. Una studentessa a cui chiedo se si sente più forte, dopo tutto questo, mi risponde: “Ora, quando si torna a casa, si penserà”. Ecco, è vero, basta così. Basta pensare..

La fabbrica della morte

C’era la neve stamani ad Auschwitz 2, a Birkenau, che in polacco, prima dell’invasione nazista, si chiamava “betulla”. E migliaia e migliaia di betulle furono abbattute per realizzare il lager. Appena oltrepassata la Porta della morte, mentre gli studenti toscani sciamano all’interno, quello che colpisce subito è la disarmante semplicità del disegno di sterminio, progettato come una razionale fabbrica di morte. Da una parte le baracche in legno, quelle degli uomini, dall’altra le baracche in mattoncini rossi, dove venivano rinchiuse le donne e i bambini. Nel mezzo il binario che si incunea dentro il campo, fino allo spiazzo in cui si faceva la selezione. Cioè la scelta fra i deportati che si ritenevano in grado di lavorare e potevano rinviare l’appuntamento con la morte. E gli altri, gli anziani in primo luogo, smistati subito, appena scesi dal treno, verso il forno crematorio. Un gesto, bastava un gesto del medico nazista responsabile della selezione, ed era subito la morte. Dei forni crematori oggi non restano che le macerie, quelle rimaste dopo essere state minate e fatte esplodere dai nazisti in fuga, che volevano nascondere le prove più evidenti del genocidio. Il resto è come allora, come in quegli anni, fino al 2 agosto 1944, quando a Birkenau trovarono la morte un milione e mezzo di persone. Entrare nelle baracche, toccare le brande dove venivano accatastati a decine sopra un unico pagliericcio, significa ritrovarle all’improvviso quelle facce stecchite viste in tanti film, che non rendono la verità di questa città della morte, inimmaginabile se non sei qui. Intatta anche nei fili spinati dove scorreva l’alta tensione, nelle torri di vedetta delle sentinelle. Niente altro. Bastava. Il minimalismo dello sterminio colpisce e ti fa esplodere dentro la domanda: “Ma come è stato possibile?”. Due ragazze di Pistoia escono con gli occhi rossi da una baracca, una sussurra: “Sono senza fiato”. E un ragazzo aggiunge: “Non immaginavo, chi non viene qui non può immaginare”. Poi, gli studenti del treno della memoria, si riuniscono nei pressi del forno crematorio, parte il corteo verso il monumento alle vittime. C’è il gonfalone della Regione, quello del Comune di Firenze con i figuranti di palazzo, il gonfalone della provincia di Prato. Si cammina in silenzio, con le scarpe che affondano nella neve. Davanti al monumento lo squillo delle chiarine invita al raccoglimento. Poi, uno ad uno, i ragazzi toscani leggono ognuno il nome di una vittima, facendosi eco con la propria voce. Ugo Cafaz, dice poche parole: “Niente retorica – dice – avere memoria di quello che è successo qui, significa tutelare la contemporaneità da altri errori della storia”. Enrico Rossi, profondamente colpito come tutti dal suo primo viaggio ad Auscwhitz, ammonisce i “seminatori di odio,perché l’intolleranza è una belva che una volta scatenata non si può più domare. E il genocidio è pratica e metodo di dominio che non è finita con il nazismo. C’era normalità – - dice Rossi – in chi denunciava gli ebrei del proprio pianerottolo, c’era normalità nelle ss che obbedirono senza mettersi in gioco. E la normalità è sempre sull’orlo della follia, anche ai nostri giorni”. Poi, il presidente della Regione conclude con il più semplice appello rivolto agli studenti toscani assiepati davanti a lui: “Forza ragazzi”. Come dire, il mondo è vostro. Non fate che il treno dell’umana follia torni mai a fermarsi sul binario di Birkenau: Che un tempo si diceva “betulla”.

Verso Auschwitz, dal treno della memoria

 E’ lungo il viaggio del Treno della memoria, che domattina ci porterà dentro la più grande ferita della storia, irrimarginabile, ad Auschwitz, nel campo di sterminio dove furono uccisi milioni di ebrei. Sul treno, insieme a centinaia di giovani provenienti da molte scuole della Toscana, c’è anche il presidente Enrico Rossi, che saluta uno ad uno gli studenti, visitando ogni scompartimento del convoglio: “Sono preparati – dice – Mi hanno intervistato, per i loro blog, per i loro profili di Facebook, e mi hanno fatte domande precise. Sanno che questo viaggio per loro è un’opportunità, un’occasione per entrare nella storia e capire come la consapevolezza dell’Olocausto rappresenti un dovere e nello stesso tempo un impegno, in questa contemporaneità che appare priva di valori. I ragazzi possono toccare con mano come costruire una macchina distruttiva come quella dei lager, ponga ancora oggi, domande inquietanti ai nostri tempi, per valutare criticamente il presente””.

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci, sopravvissute all’Olocausto quando erano bambine, sedute ad un tavolino della carrozza ristorante insieme all’assessore alla cultura della Regione, Cristina Scaletti, sono prese d’assalto dai ragazzi. Firmano il libro del loro ricordo, con brevi dediche affettuose, per alcune ragazze. E poi rispondono alle domande, sfuggono al dolore del ricordo, e parlano del loro tatuaggio: “Avevamo 4 e 6 anni – dicono – e ci timbrarono con un numero. Ce lo portiamo dentro, da sempre e siamo qui per combattere il negazionismo, e tutte le guerre che si fanno in nome delle religioni, usurpando il valore delle religione, perché nessuna fede può indurre a sopprimere altre persone”.

I ragazzi trascorrono il tempo ascoltando musica, postando pensieri con i loro telefonini, giocando a carte: “Nessun libro di storia, nessun professore – dicono alcuni ragazzi dell’Università di Firenze –potrà farci capire fino in fondo cosa sia accaduto con l’Olocausto. Siamo qui per questo, per capire con maggiore profondità”. Ridono e scherzano, come è giusto: “Poi domattina – dice Tatiana Bucci – quando arriveranno ad Auschwitz , come tutti gli altri con i quali abbiamo fatto questo viaggio negli anni scorsi, saranno sopraffatti dal silenzio. E dal dolore”.
Il viaggio sarà lungo: attraverseremo l’Austria, e poi altre terre dell’Est. Domattina arriveremo ad Oswiecim, il nome attuale di Auschwitz. A ognuno sarà consegnata una candela e l’accenderemo dentro il lager, al momento dell’arrivo nel piazzale dove si terrà una piccola cerimonia commemorativa. Ci dicono che ci sarà la neve, ad Auschwitz, come c’è sempre nella nostra memoria di giovani degli anni Settanta, quando Auschwitz era soprattutto una struggente canzone dei Nomadi.

Pitti e i furbetti dello scandalino

Pitti Uomo è una gran cosa. Perchè riesce a catalizzare mille marchi della moda, e perchè rinverdisce ogni anno con dinamismo e modernità, i fasti di una Firenze capitale della moda, della Sala Bianca, dove nacque la moda italiana, oscurando a metà degli anni Cinquanta la dittatura del fashion di Parigi. E anche la vitalità che dimostrano gli imprenditori della moda toscana, è segno di un ingegno che non è offuscato dalle nebbie dei nostri tempi e che è un’eccellenza buona per far da traino al nostro export delle eccellenze. W Pitti, dunque. Ma di questa edizione di Pitti, così bella dal punto di vista della sostanza, ci hanno disgustato gli slanci di chi ha scelto il sensazionalismo presunto geniale, per far parlare di sè. E allora, ecco rispolverati dal cassetto il corredo dei perfetti guru della comunicazione, incerca dello scandalino ad effetto. E allora, via con cristi in croce vestiti con abiti peraltro ben fatti, e poi manifesti che viaggiano sulla sottile linea della possibile blasfemia. E ovviamente, il Grande Vecchio dei guru della comunicazione, che utilizza addirittura l’immagine della donna, debitamente svestita, ovviamente. Insomma: con le trovate cristiche si fa infuriare – giustamente – la cultura cattolica. Con la donna sfruttata, le altre donne e le istituzioni politcally correct. E le micce così furbescamente innescate, fanno esplodere il can can. A questo cocktail francamente stantio ci aggiungiamo noi l’ultimo ingrediente. Noi giornalisti, della carta stampata, delle tv. Se non avessimo dato spazio a questi sensazionalismi da retrobottega, i presunti guru della comunicazione avrebbero perso 2-0. E invece hanno vinto ancora, perchè i media completano il cerchio del cattivo gusto, alimentando il carrozzone del nulla, riempiendo giornali e tg di questa roba. Come abbiamo fatto anche noi, stasera. Per cui, ci scusino i nostri telespettatori per essere stati al giochino. Chi vuole capire di più di Pitti, quello vero, segua però il nostro primo piano dopo il Tg, del tutto depurato dalle trovate dei furbetti dello scandalino.

Il capitano Kirk: “Menti giovani, idee fresche: questo è il progresso”

Quello di oggi sembra il giorno designato del rinnovamento. A Firenze, infatti, inizia “Prossima fermata: Italia”, la convention dei cosiddetti rottamatori che fa perno sul sindaco Matteo Renzi. La Leopolda sarà al centro dell’attenzione di tutto il circo mediatico, beneficiata anche da un improvvido diniego a partecipare del segretario Bersani. Una scelta antica, deludente. Non si perde un’occasione così, di guardare i giovani rampanti negli occhi, caro segretario. Di ascoltarne le sensazioni, gli umori reali. Di capire in diretta se valga la pena, oppure no, ascoltare davvero e non per finta. E fare tutto questo dentro l’arena aperta del contatto diretto en plen air, non dentro un rassicurante studio televisivo o nell’ufficio del Pd a Roma. Cogliendo così anche le contraddizioni e le debolezze di una piattaforma politica ancora da circostanziare di idee. Ma Matteo Renzi esiste. Ed esistono tutte le motivazioni che mette sul tavolo. Che lo faccia, aggiungendo ai concetti, pure i piedi messi anch’essi sul tavolo, è cosa sulla quale il Pd di oggi dovrebbe serenamente sorvolare. E Bersani, a mio parere, dicendo di no alla presenza alla convention e rimandando il confronto ad un successivo appuntamento lontano dai riflettori, ha agito senz’altro come un leader certamente saggio e raziocinante. Ma le centinaia di giovani che saranno alla Leopolda, più di Renzi, meritavano la presenza di Bersani. 
Un atteggiamento politico, il suo, simile a quello che si evince dal post del grande avversario sconfitto alle primarie dallo stesso Renzi, Lapo Pistelli, dedicato oggi, proprio oggi,  a Matteo Renzi. Meglio sarebbe stato, per Pistelli, intervenire alla Leopolda, argomentando gli stessi concetti, che letti sul blog appaiono troppo intrisi di quel gusto del sottinteso che fa tanto èlite della politica. Più chiaro poteva essere Pistelli e dire: guardate che Renzi l’innovatore, fa politica da quando aveva i calzoni corti e nella Dc. Diffidate. E invece, i ragionamenti appaiono tutti un po’ sfumati, come fanno i cavalli di razza della politica antica. Bello, ben argomentato quel post, che si prende anche la briga di difendere – sempre in modo un po’  latente e non chiaro e netto –  il diritto a stare in Parlamento più o meno a vita ai big del Pd. Un post che chiarisce perchè Pistelli ha perso alle primarie e Renzi ha vinto.
Ora però, il tema di fondo, è che la convention della Leopolda pone Renzi, e Civati, e tutti gli altri, ad un bivio: o diventano leader del rinnovamento reale – l’unico possibile, quello delle idee – o continuano a cavalcare il concetto della rottamazione, come consolante anelito giovanilistico. Cosa questa che, a mio parere, ha poca sostanza. La persona più innovativa che ho incontrato nella mia vita, la più rivoluzionaria, era Romano Bilenchi, il grande scrittore fiorentino. Aveva 80 anni, e dopo pochi mesi da alcune indimenticabili chiacchierate nella sua casa di Brunetto Latini, morì. L’età c’entra poco con il vero rinnovamento. Perchè allora, i giovani dentro la casa del Grande Fratello sono la nouvelle vague? O perchè allora, in Toscana, con tutti i segretari del Pd under 30 che sono stati eletti, il rinnovamento già sarebbe realizzato? Non scherziamo. C’è da fare. E parecchio. Per cui, se oggi è il rinnovamento-day, un giorno da segnare quantomento come inizio di un viaggio verso il futuro, personalmente – anche per non avere turbe da carta d’identità – mi affido al capitano James Tiberius Kirk, quello dell’Enterprise, uno che di futuro se ne intende. In uno degli episodi di Star Trek, dice: “Menti giovani, idee fresche: questo è il progresso”. Ecco, così va bene. Perchè le menti giovani e le idee fresche non hanno età.