
L’altra sera, alla Casa del Popolo di Galciana, a Prato, per la cena con Enrico Rossi presidente della Regione, le oltre 400 persone a tavola hanno mangiato crostini neri e acciugati, prosciutto e salame, e poi penne al sugo fatto come si deve, un po’ piccante. Una cena, insomma, dal menù tipico toscano e popolare. Che c’entra il menù di una cena, uno vale l’altro… No. Non è così. Il menù di quella cena era particolarmente in sintonia con la gente che partecipava a quella cena e con le cose che a quella cena, il nuovo Governatore della Toscana, ha detto. Soprattutto quando ha dichiarato. “Per anni tutto ciò che era popolare è stato bandito. Ora basta: riscopriamo il nostro dna popolare, i luoghi che frequenta la gente semplice, i dialoghi con la gente normale”. Parole che per me sono una sorta di musica dei sogni. Speriamo che questa voglia di cose popolari, concrete, semplici, sia davvero il leit motiv della legislatura che venerdì va a cominciare. E’ questa la forza delle cose popolari che un po’ tutti gli amministratori devono avere il coraggio – a mio parere – di riscoprire. Non c’è bisogno di stupire, di inventarsi le cose futuribili, mirabolanti, sorprendenti. C’è bisogno di cose che la gente capisca, non di lezioni tecnocratiche copiate pari pari dai siti americani dei guru della comunicazione. C’è gente che linkando e copiando, e mettendo sui propri avamposti internettiani roba creata da altri, si sta facendo spazio anche nelle credibilità delle istituzioni locali, dove si va in cerca, spesso, del futuro dimenticando il presente. La gente invece ha bisogno di un dialogo reale con chi amministra la cosa pubblica, a cui – per esempio – Internet può aggiungere. Ma non togliere: aggiungere un’ulteriore possibilità di scambio virtuale, non rappresentare una sorta di surroga al contatto vero e reale con la gente nel territorio dove le persone vivono. A me personalmente, dell’altra sera alla Casa del Popolo è piaciuta anche un’altra frase di Rossi: “Dobbiamo governare con dignità”. E’ già molto.
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Due storie, a distanza di 24 ore l’una dell’altra. Due destini appesi ad un filo, ad un attimo che poteva segnare la fine di due esistenze, nel medesimo modo, incredibile. Due vite sull’orlo della spazzatura, salvate solo per la prontezza di spirito di due operatori ecologici, attenti a cogliere l’ultimo spiraglio di permanenza in vita di due uomini, invisibili ai più.
E’ successo in Toscana. Prima a Firenze, nella notte di Pasqua, poi a Carrara, nella notte successiva.
A Firenze, in via Ricasoli, un uomo ubriaco, stordito dall’alcool, si infila in una cassonetto per difendersi dalla pioggia. Difficile immaginare il momento in cui quell’uomo, si chiude sopra la testa il coperchio che lo divide dal mondo cirocostante. E sprofonda nel giaciclio improvvisato di rifiuti. All’alba, il camion della Quadrifoglio, è lì per svuotare il cassonetto. Scorrono sacchi di immondizia. E poi, all’improvviso, una mano. La nota un’operatrice ecologica. Si accorge che ci può essere una vita in mezzo alla spazzatura. Blocca la macchina e l’uomo è salvo.
Una ventina di ore dopo, a Carrara, la scena è simile. Stavolta è un giovane marocchino, anche lui ubriaco, che scivola nella notte dentro il contenitore della carta. Anche in questo caso l’operatore ecologico addetto allo svuotamento, si accorge della presenza dell’ubriaco, e lo salva dagli ingranaggi, senza appello, della macchina. Il giovane, appena scampato alla morte, si giustifica: “Ero troppo ubriaco per andare a casa. Lì dentro non avevo freddo”. E le due vite, strappate all’abbraccio mortale dei rifiuti, vanno avanti. Sull’orlo della spazzatura.

Una quarantina di politici intervistati tra la diretta dalla Sala Pegaso di Palazzo Strozzi Sacrati e il “dentro il voto”, a sera, nello studio di Toscana Tv. E tutti, ma proprio tutti, i veri vincitori e gli oggettivamente sconfitti, sono riusciti a trovare uno spunto per dichiararsi un po’ vincitori. Eppure ha senz’altro vinto Enrico Rossi, così come la Lega e l’Italia dei Valori. Invece, mi sembrava di essere ad un tavolo al circolo Arci, dove si gioca a “vinciperdi”, con il piglio sicuro di chi sa maneggiare le carte. Solo che stavolta, in questo dopo-voto, si gioca con una cosa da maneggiare con cura, ma proprio con tanta attenzione: si chiama democrazia. Perchè il fatto che in Toscana quasi il 40% di cittadini abbia deciso di non votare, è fenomeno che si insinua fin dentro il dna di gente che ha sempre masticato civismo, a qualunque parte politica ritenesse di appartenere. A me fa paura questo astensionismo a effetto tsunami e anche il fatto che nell’ambito della liturgia del dopovoto, questo allontanarsi della democrazia non diventi il tema dominante. E soprattutto si eviti di addentrarsi nei meandri di un’analisi che non può che mettere in evidenza l’assurdità di una campagna elettorale giocata più sui presenti scandali, sulle presunte e non esplicitate intercettazioni, che non sui problemi quotidiani di gente assediata dalla crisi fin dentro l’uscio di casa. I politici di professione bolleranno pareri come questi con il timbro del “populismo d’accatto”. Io sono convinto che in quel 40% ci siano tanti, ma proprio tanti, ammalati di passione politica, di speranze ripudiate, di entusiasmi traditi. Rincorrerli lungo la strada dei problemi reali da risolvere – almeno, due, tre, mica tutti… – diventa la sfida della politica di casa nostra, degli uomini e donne al governo o all’opposizione, non fa poi tanta differenza se non sul piano della responsabilità delle scelte.

Negli ultimi mesi, nei momenti in cui, realmente, la Toscana si è guardata dentro, fuori dai clichès consolidati e rassicuranti, o dalle esasperazioni dialettiche della campagna elettorale finalmente conclusa, sono emersi spunti lucidi e chiari sia nell’analisi dell’esistente che nelle dinamiche necessarie per un nuovo sviluppo. E’ successo, per esempio, con la presentazione del Rapporto dell’Irpet, Toscana 2030 e con la relazione del segretario della Cgil toscana, Alessio Gramolati, al congresso di Montecatini.
Gramolati ha, tra l’altro, sottolineato come la Toscana sia 20 punti sotto la media europea quanto a utilizzazione dei giovani con titolo di studio e come i redditi dei precari siano più bassi del 28%. Dati già di per sè inaccettabili. Poi ha inquadrato il trend dominante nell’approccio analitico allo status della regione:
Negli ultimi dieci, quindici anni, ha dominato nella società toscana un senso di appagamento motivato da una fase condizionata dalla rendita. Questo ciclo ha indicato la Toscana più come luogo di consumo che di produzione e innovazione. Quelli della seconda casa e non del primo lavoro, per intendersi.
Parole che a mio parere abbisognano di riflessioni profonde e senza più dogmatismi di parte.
Il rapporto Toscana 2030 dell’Irpet, pochi giorni prima di Gramolati, affermava che nel complesso pare minacciata quell’immagine di regione ad alto livello di benessere che la Toscana ha saputo conquistarsi negli anni e che l’ha vista posizionarsi sempre nella parte medio alta delle graduatorie nazionali sulla qualità della vita. L’incrinarsi di queste quattro certezze si concretizzerà nei prossimi venti anni nell’alterazione di almeno cinque equilibri dell’assetto regionale: quello fiscale, economico, sociale, quello del mercato del lavoro e l’equilibrio territoriale.
E quando si alterano gli equilibri, come direbbe il filofoso Catalano (scuola arboriana, non ateniese…), si creano squilibri. Vale a dire, proprio quei rischi che gli studiosi che contribuirono a far nascere le linee della programmazione regionale 40 anni fa, invitavano a scongiurare con una politica di riequilibrio territoriale.
Tra i tanti spunti sulle direttrici di marcia che sia Gramolati che l’Irpet hanno offerto – e che potranno esere utili anche al governo regionale che uscirà dal voto del 28 e 29 marzo – una cosa mi ha colpito: la Toscana, dicono entrambi, si salva se diventa una grande rete di città. Se supera i municipalismi salvaguardando le singole identità. Dice Gramolati: Serve una solida regia regionale che alla nuova cultura del governo locale sia di guida e di sostegno attivo, in un grande progetto territoriale dove i pilastri siano lavoro, impresa, infrastrutture e paesaggio.
Ecco, nel momento in cui lascio www.intoscana.it, il Portale al servizio del sistema toscano, che ci siamo sforzati, insieme alla redazione, in questi tre anni e mezzo, di interpretare come una rete di persone, di città, di idee, da raccontare e “illuminare” nel grande mare della Rete, mi piacerebbe, da lunedì, nella mia nuova dimensione professionale di direttore di Toscana Tv e cooordinatore delle produzioni regionali delle tv del Consorzio Internews – che è già una rete realizzata delle tv delle città – poter raccontare le dinamiche di una Toscana che cresce, che si avverte sempre di più, davvero, come una grande rete di città. E senza più i giovani in sala di attesa.

Sul sito www.t-shirtitalia.it si vendono grembiuli umuristici o presunti tali, e souvenir. Per esempio, c’è un grembiule da cucina con Mussolini – e qui non capisco proprio dove stia l’umorismo… – Poi, culturisti e belle donne in guepierre. E poi, lui, il grembiule con il David sconcio, che si può portare a casa con 10 euro. Ora, quello stesso grembiule lo si ritrova in tante, ma proprie tante, bancarelle, del mercato tipico fiorentino di San Lorenzo. Insieme – come hanno sollineato anche in Comune – con la maglia di Del Piero, che di tipicità fiorentina non si capisce cosa abbia, o della statuetta della Torre di Pisa. Insomma, il mercato tipico di San Lorenzo, non è affatto immune da quella cultura del “non luogo”, che in termini di souvenir, significa che massicce produzioni di ciarpame globalizzato, si insinua tra bancarelle che invece proprio della tipicità fiorentina dovrebbero fare vanto e business.
Si può anche scegliere la strada globalizzata, senz’anima, che fa accumulare paccottiglia su bancarelle che dovrebbero invece esaltare l’artigianato e la creatività fiorentina. Basta non vestire una volta la maglietta della tipicità e un’altra quella del ciarpame senza identità. E per giunta di Del Piero.

Stamani avevo fortissimamente bisogno di trattarmi bene. Così ho deciso di prepararmi un’orata al forno. E per il gusto, anche, di fare la spesa in un’atmosfera piacevole e colorata, sono andato al Mercato in San Lorenzo. Ho girato tutti i banchi del pesce e su tutte le orate era riportata -correttamente – la provenienza. Erano tutte orate greche. Ora, non che io abbia nulla contro la Grecia, ma ho deciso di spostarmi su un altro prodotto, perchè visto che siamo un Paese inzuppato nel mare, non dico di avere a portata di mano orate made in Tuscany, ma perlomeno italiane. Così ho provato con il tonno: belli a vedersi, nei tranci che parevano bistecche. Ma su tutti, campeggiava il cartellino: “pinna gialla”. Sapevo che voleva dire, ma -ancora correttamente – il gestore di uno dei banchi del pesce mi ha precisato: “Roba dell’Oceano eh… il pinna azzurro e chi lo vede più?”. Bene, insomma, la mia voglia di pesce nostrano si è scontrata con questo Mercato dell’altro mondo, che purtroppo e ovviamente fa breccia anche in San Lorenzo. Mentalmente ho inscenato una protesta contro la globalizzazione alimentare e ho boicottato i prodotti non made in Italy. Abbandonata l’idea del pesce e ormai votato alla filiera corta, mi sono spostato sulla bistecca disossata. E stavolta era roba di casa nostra davvero. Ho aggiunto un paio di pomodori: “Puzzano ancora d’orto, stia tranquillo” mi ha detto il fruttivendolo. Insomma, ce l’ho fatta a trattarmi bene con prodotti di casa nostra. La bistecca era meravigliosa e i pomodori spettacolari, da non metterci nemmeno il sale. Domani vado al mare, in Maremma, e se trovo un’orata greca, la ributto in mare dentro una bottiglia, con un bigliettino: “Orate e buoi dei paesi tuoi”.

Un quotidiano, oggi, il Corriere Fiorentino, oltre ad aver dato conto delle liste e dei candidati in pista per le prossime elezioni regionali del 28 e 29 marzo, ha pubblicato anche la lista del probabile futuro Consiglio Regionale della Toscana. Perchè tra preferenze, listino regionale, posti assegnati nelle liste provinciali, è già possibile oggi – ad un mese dal voto – avere un quadro più che attendibile degli eletti. Il ruolo decisionale del popolo, nella scelta dei rappresentanti del Consiglio Regionale della Toscana, è limitato all’esercizio delle primarie che ci sono state il 13 dicembre, ma è stata un’opportunità utilizzata solo dal Pd e da Sinistra e Libertà. E comunque, in ogni caso, non si possono affatto contrabbandare le primarie – anche per via di tutti i meccanismi interni di regolamentazione – come un momento realmente incisivo nella determinazione dei candidati, da parte dei cittadini.
Il nodo di fondo è: queste elezioni degli eletti sicuri, contribuiscono ad aumentare o meno il controllo della popolazione toscana sui futuri atti di governo? Sono un freno o un volano per un maggiore dinamismo di tutto il sistema regionale? Rappresentano un’opportunità o meno per una gestione della cosa pubblica più aperta, trasparente ed in grado di produrre risultati veri e non virtuali, in ogni azione di governo? E ancora: queste elezioni degli eletti sicuri, consentono un reale confronto approfondito durante la campagna elettorale in cui tutti i candidati siano protagonisti, senza che ci sia in giro un esercito di comparse e un drappello di eletti a prescindere? La mia convinzione personale è che tutte queste domande abbiano risposte tali da dover indurre a ripristinare quanto prima le preferenze. Dice: ma ai tempi delle preferenze c’era chi sperperava soldi avuti da più parti, per farsi largo. Dovendo poi rendere il favore… Bene: si faccia una legge che impedisca o punisca drasticamente il malcostume dei cacciatori di preferenze. Ma non si può, a causa degli eccessi di qualche aspirante eletto, arginare drasticamente il potere degli elettori. Così diminuisce sempre di più la credibilità della politica, che rischia di essere scambiata per esercizio di potere. Sia da parte degli eletti sicuri, che degli elettori dimezzati.

“In sala mensa, alla Pignone, c’era un fiore in tavola. E io mi sentivo a casa, anche perchè a casa non avevo un fiore sulla tavola”. Alessio Gramolati, segretario della Cgil toscana, riportando questa testimonianza raccolta da un operaio della storica azienda fiorentina, è riuscito a dare il senso di quel rapporto stretto tra lavoro ed esistenza personale, che oggi, ai tempi del precariato, si fa fatica ad identificare ancora come un valore. Gramolati è stato tra i protagonisti del dialogo intorno alle tematiche del lavoro, alla Casa della Creatività, a Firenze, che ha rappresentato il momento del battesimo per “Il lavoro raccontato”, il nuovo blog su intoscana.it, frutto della collaborazione tra Fondazione Sistema Toscana e i Maestri del lavoro. Un lavoro prezioso, quello effettuato da chi, per anni, ha contrassegnato la propria vita con i valori del lavoro e della fatica, ora approdato al web grazie all’impegno di Adriana De Cesare e Paola Carta di Fondazione Sistema Toscana.
Il bel video realizzato da Simona Bellocci della redazione di intoscana.it, con il montaggio di Daniele Drovandi, è riuscito a raccontare in pochi minuti il tratto distintivo di quel rapporto stretto tra lavoro e identità di un territorio, che caratterizza la Toscana. Ma al di là della cronaca del dibattito di stamani e del varo del blog, a me ha emozionato soprattutto vedere riuniti così tante persone che, appartenenti ad altre generazioni, avevano comunque voglia di trasmettere il segno del lavoro come valore irrinunciabile.
Vanni Santoni, giovane scrittore e testimone attento del mondo del precariato, ha sottolineato amaramente. “I giovani non hanno neppure tempo di imparare, i loro contratti finiscono troppo in fretta”. I protagonisti del suo prossimo romanzo sarano due giovani sotto la trentina che meditano di lasciare la Toscana: “E’ quello che non deve accadere – ha sottolineato Gramolati – perchè la Toscana è terra di saperi del lavoro da trasmettere e di qualità della vita, di una vita sostenibile da preservare”. E Giampiero Nigro, docente alla facoltà di Economia all’Università di Firenze, ha invitato a rifettere in modo nuovo “senza dogmi o preconcetti sul tema della flessibilità, che non può essere solo uno strumento di sfruttamento”.
Insomma, un bel momento di dialogo a tutto tondo sul tema del lavoro, asse portante di tante esistenze, caratterizzate dalla fatica e dal sacrificio. Mi pareva di scorgere stamattina, proprio questi tratti identitari irrinunciabili – appunto, la fatica e il sacrificio – in tanti di coloro che hanno voluto parecipare alla creazione di un blog che è anche un ponte tra generazioni, tra linguaggi diversi e uno strumento in più per non disperdere saperi e conoscenze. Per non dissipare, nel caos della contemporaneità, il valore senza tempo del lavoro.

C’erano una volta i talenti. Non quelli dei talent show, per carità. No, il talento vero. La capacità di mettere a frutto un proprio dono naturale, per lasciare un segno. L’estro, la fantasia, la creatività, sfociavano senza paura in un mestiere, nel lavoro di una vita. Questo erano gli antichi mestieri artigiani e lo sono ancora, ma senza grandi prospettive di ricambio. Un’indagine della Fondazione di Firenze per l’Artigianato, in collaborazione con la Camera di Commercio, attesta che solo il 3% dei titolari di aziende di artigianato artistico ha sotto i 30 anni, mentre la metà degli artigiani artistici supera i 50 anni (46,6%). Accade a Firenze, ma ho l’impressione che i dati siano semmai peggiori in altre parti della Toscana. Ed è un peccato. Perchè dipingere, realizzare sculture, restaurare un’opera d’arte, fare insomma qualcosa di bello con le proprie mani, deve essere un’esperienza meravigliosa. E se i giovani non continuano una tradizione che è tra l’altro parte del dna della Toscana non è colpa loro. Mancano le condizioni per farlo. E’ il sistema complessivamente che non consente ai giovani di basare la propria vita sulla creatività. E la paura di non riuscire a mettere insieme quanto è necessario per vivere. Molti avrebbero preferito, piuttosto che ammuffire in un ufficio, decorare pareti o anche vetrine. Ma con quali prospettive? Ogni volta che si ha a che fare con il rapporto tra giovani e lavoro le cose non tornano. A mio parere quasi mai è colpa loro. Che studiano, magari studiano e lavorano, si avvicinano alla laurea mentre vendono magliette o valigie per non gravare sulle famiglie. E invece, magari quando sono al crocevia di un momento importante della vita, ecco che il datore di lavoro in un mese li sbatte fuori. Disoccupati da un giorno all’altro. E cosa accade? Niente. Si ricomincia a cercare, guardandosi in giro, sprecando gli anni migliori in cerca di certezze che non ci sono. Così la creatività diventa arte sì, ma di arrangiarsi. Per andare avanti. E concentrarsi tutti su queste cose, invece che disquisire per ore, in tv, sulla ruffianata del principino a Sanremo?

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