Oggi, 27 gennaio di 65 anni fa, il lager di Auschwitz veniva liberato. Ed è dunque un privilegio essere qui, ora, seppure quando quel giorno di giustizia appartiene ormai alla storia. E l’incontro fra i sopravvisuti ai campi di sterminio e i giovani studenti toscani del Treno della memoria, che si è tenuto ieri sera, assume meglio, in questa giornata di ricorrenza, i tratti definiti della speranza. La platea del cinema Kiev è stracolma di ragazzi. Sul palco i volti emozionati degli anziani scampati alla crudeltà nazista. Nell’attesa dell’inizio delle testimonianze, già carica di pathos, si sparge a stemperare il clima, la battuta di un giovane giornalista toscano“Meglio trenisti che tronisti”. Con questa sintesi folgorante, inizia l’incontro al cinema Kiev di Cracovia fra gli studenti toscani del Treno della memoria e i sopravvissuti ai lager, che si rivelerà un lungo e caldo abbraccio tra generazioni lontane negli anni, ma non nei valori. Tre ore intense, commoventi, con i racconti degli scampati allo sterminio, seguiti in un silenzio assordante dai seicento ragazzi toscani. Tante non hanno retto alla commozione, soprattutto quando Tatiana Bucci, reclusa a Birkenau insieme alla sorella Andra quando avevano 6 e 4 anni, ha confessato che per la prima volta, oggi, è riuscita ad entrare al Museo di Auschwitz, ed è ritornata indietro fino a quei giorni di terrore: “Ho deciso per la prima volta di non sfuggire a questa visita – ha detto – perché in mezzo a voi mi sono sentita sostenuta, appoggiata. Insomma, non ero sola davanti ai miei fantasmi di allora”. Poi, Marcello Martini, toscano, uno che aveva il triangolo rosso sulla casacca a strisce dei reclusi. E quel segno voleva dire che era un prigioniero politico, ad appena 14 anni. Già grande per i nazisti, eppure con tutta una vita davanti. La sua esistenza è stata un continuo uscire fuori dal lager, a cominciare dai giorni immediatamente successivi alla liberazione: “Quando sono tornato a casa, non sapevo come stare insieme con i miei genitori. Non sapevo come vivere in casa, in famiglia. Gli anni della reclusione avevano cancellato i miei affetti, i miei sentimenti”. Un tema, questo della cancellazione dell’anima delle persone, degli effetti devastanti sull’intimità dei prigionieri, che è stato sottolineato nell’avvio dell’incontro da Giovanni Gozzini.
L’ultima testimonianza di un sopravvissuto è di Antonio Ceseri. Era marinaio, strappa più volte l’applauso dei ragazzi. Per 50 anni, fino al Duemila, Ceseri non aveva confessato a nessuno la sua reclusione. Poi, la sua storia è riemersa dalle carte dell’ambasciata, e stasera ha trovato la forza di parlare di fronte ai ragazzi toscani a Cracovia: “Ero un marinaio e mi presero i tedeschi insieme a 130 miei compagni. Ci rinchiusero a Treblince e ad un certo punto, dopo mesi di torture e vessazioni, capimmo che era giunta la nostra ora. Ci radunarono di fronte ad un muro, a gruppi di tre. E poi – ha ricordato Antonio Ceseri – partirono le raffiche. Vedevo i miei compagni cadere ad uno ad uno ed anche io piombai a terra, anche se non ero stato raggiunto dai colpi. Rimasi cinque ore sotto i cadaveri dei miei amici”. Scampato così alla morte, per Antonio Ceseri la beffa arriva al ritorno in patria, quando lo richiamano alle armi, per pattugliare la costa romana e liberare le acque dalle mine: “Pensai che se mi ero salvato dai tedeschi nel lager, non sarei sopravvissuto alle mine vicino a casa mia”, ha esclamato Ceseri, ed ha avuto perfino la forza di sorridere, davanti alla platea dei ragazzi toscani, che si è lasciata andare ad un lungo applauso.
Lo stesso che aveva accolto Cinzia Settembrini, giovane studentessa del Parlamento toscano degli studenti, che ha concluso il suo intervento con poche, emozionate parole: “Ho visto cose in questi giorni, che mi hanno fatto star male, che mi hanno fatto guardare in faccia la cattiveria degli uomini. Ma torno a casa più forte – ha concluso Cinzia – con maggiore consapevolezza, e la speranza di poter credere in un mondo migliore, non solo rispetto a quei giorni di ferocia, ma anche rispetto alla mia contemporaneità, che non mi piace”.

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