
Li chiamavano “pezzi”, i nazisti, i prigionieri di Auschwitz. Li accoglievano beffardi, con la scritta-truffa appesa sopra l’ingresso: “Arbeit macht frei”, ovvero “Il lavoro rende liberi”. Beffa atroce, visto che il campo di concentramento di Auschwitz, aveva uno scopo e una missione: uccidere con il lavoro. Usare proprio la costrizione ad un lavoro forzato, terribile, inumano, come arma letale di distruzione. Per chi non moriva di stenti, c’era sempre l’opzione della camera a gas. Sotto quella insegna, che è una delle più grandi bugie della storia, sono passati stamani centinaia e centinaia di studenti e toscani. Dopo Birkenau, il campo di sterminio, ecco spalancarsi davanti a loro la geometrica prospettiva dei blocchi a mattoni rossi: famigerato il blocco 11, quello delle prigioni sotterranee, dove si stava in piedi, serrati l’uno contro l’altro, e al buio. Accanto il blocco 10, quello degli esperimenti sulle donne, con i medici nazisti a cercare di scovare il metodo per la sparizione di genie razziali non gradite. A fianco del casamento degli orrori, al Muro della Morte, i ragazzi toscani sono arrivati in corteo. E’ qui che impazzavano le pallottole che distruggevano intere famiglie: e’ qui che il colonello Palich faceva esplodere le teste dei neonati davanti ai loro genitori. Daniela Lastri, in rappresentanza del Consiglio Regionale, ha pronunciato poche, emozionate parole: “L’orrore che si prova in questo luogo – ha detto – sappia essere per voi una spinta di speranza e nello stesso tempo un argine contro ogni intolleranza”. Cristina Scaletti, assessore alla cultura della giunta regionale, ha sottolineato il bisogno di memoria: “Sapere, conoscere la propria storia – ha detto – è l’unica garanzia per evitare che si torni nel buio profondo della ragione, di cui Auschwitz è uno degli avamposti”.
Finita la piccola cerimonia con la deposizione delle corone al Muro della Morte, i ragazzi sono entrati dentro i blocchi. Attoniti di fronte alla valanga di capelli dei deportati: soprattutto biondi, soprattutto di donne, che venivano spediti alle fabbriche tessili per farne tappeti e tessuti. O di fronte alla massa incredibile di scarpe, povere le più, qualcuna di lusso, con i tacchi alti e la vernice colorata. Sgomenti di fronte alla montagna di protesi, stampelle, supporti per gli invalidi: oggetti che garantivano a chi, in vita, era costretto a farne uso, il canale privilegiato e immediato verso la camera a gas. Come per i portatori di occhiali, anche questi accatastati in un teca. Perché ad Auschwitz solo il lavoro rendeva “liberi” di sopravvivere per un paio di mesi in più. Ma la morte poi arrivava comunque, o di stenti, di fatica, di freddo. O per la doccia salvifica in “Canada”, così i nazisti chiamavano il forno crematorio.
Due cose colpiscono e scuotono nel profondo, di quelle custodite nel museo di Auschwitz: i vestitini dei bambini piccoli, le loro bambole, i piccoli giocattoli consunti dal tempo, le valigie con i nomi e le date di nascita e di morte, qualcuna distante diciotto mesi, 2 anni, poco più. E le pareti ricoperte di foto. E’ la prima volta, in questo viaggio del Treno della memoria, che entriamo in contatto con i volti delle vittime. Visi antichi, primi piani che fissano la consapevolezza delle morte imminente: immagini segnaletiche, con tanto di numero di matricola. Una procedura che fu abbandonata ben presto: poi la burocrazia nazista passò al più rapido e incancellabile metodo di registrazione: il tatuaggio, il marchio a fuoco dei deportati. Consola, uscendo da Auschwitz, passare davanti alla forca dove fu appeso Rudolf Hesse, il despota di Auschwitz. Ma poco di fronte a quello che è accaduto, neppure 70 anni fa. Niente di fronte ai tempi dell’universo. Mentre usciamo, la guida ci indica un signore curvo, che arranca grazie ad un bastone, e si fa largo in mezzo alla neve che torna a fioccare, sorretto da un giovane: “E’ uno dei pochi che è riuscito a fuggire da qui. Torna spesso”. Forse per rinascere, perché questa di Auschwitz è in fondo la sua terra, la terra della sua vittoria. E se i ragazzi toscani capiranno, anche terra di speranza di uomini e donne nuovi, resi liberi davvero, dalla memoria che diventa consapevolezza. Una studentessa a cui chiedo se si sente più forte, dopo tutto questo, mi risponde: “Ora, quando si torna a casa, si penserà”. Ecco, è vero, basta così. Basta pensare..
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