Monthly Archive for gennaio, 2011

Trenitalia lascia al gelo due carrozze del Treno della memoria

Nuovo terreno di scontro tra la Regione e Treinitalia: stavolta si tratta del gelo in cui sono stati costretti a viaggiare stanotte 120 ragazzi  e alcuni professori, dei circa 580 partecipanti al Treno della memoria, al ritorno da Auschwitz. In  due carrozze infatti non funzionava il riscaldamento, né la luce. Il paradosso è che anche all’andata tre carrozze, con i 180 passeggeri erano stati al gelo. Su sollecitazione della Regione, l’agenzia che ha organizzato il viaggio saldando in anticipo Trenitalia, è riuscita a far mandare a Cracovia, per il viaggio di ritorno, tre carrozze sostitutive, arrivate da Lecce. Ma due su tre erano mal funzionanti come quelle che sostituivano. Regione e agenzia stanno già studiando l’azione di tutela contro Trenitalia.

Per alcuni dei ragazzi. è stato possibile il trasferimento, per altri no. Il medico è intervenuto per alcuni malori causati dall’escrusione termica abbondantemente sotto zero

Il viaggio della memoria finisce. E comincia

Quando Goraj, ha preso il microfono, davanti ai 600 ragazzi del Treno della memoria, nella piazzetta davanti alla stazione di Cracovia, si è fatto il silenzio. E lei ha gridato dentro il microfono tutta la sua rabbia, per aver visto ciò che non avrebbe immaginato di vedere. Ma pure la sua certezza di ripartire verso la Toscana, piena di angoscia, ma anche di forza, e speranza nuove. Poi è scoppiata a piangere. E le sue lacrime hanno rotto l’argine del silenzio.

In tanti sono andati al microfono, per ringraziare, per testimoniare, per prendere impegni, semplicemente per dire che appena tornati a casa apriranno un profilo di Facebook dedicato al Treno della memoria, per restare uniti, per non disperdere le sensazioni e le emozioni di questi giorni, irripetibili per tutti. Ecco, forse proprio in quel momento, quando i ragazzi hanno annunciato che nel loro terreno di dialogo più comune, il social network più diffuso, e quindi con le loro abitudini e con il loro linguaggio, avevano deciso di dare cittadinanza, legittimità e continuità al ricordo e alla consapevolezza diventate patrimonio comune in questi giorni, tutti ci siamo resi conto che il viaggio del Treno della memoria, in realtà, cominciava proprio nel momento in cui finiva, alla stazione di Cracovia, crocevia di sentimenti e sensazioni che avevano ormai abbattuto ogni barriera di età.

Quando Ugo Cafaz ha sollecitato la marea oscillante dei ragazzi ad un abbraccio, è stato come se i giovani attendessero proprio quel contatto, per darsi coraggio, per ritrovarsi uniti. E poi, il minuto di silenzio per i milioni di persone che non ce l’hanno fatta a sopravvivere all’orrore di Birkenau e di Auschwitz, è stato in realtà un urlo di rabbia e un monito verso chi volesse riprovarci.

Tornano a casa i ragazzi toscani, torniamo a casa, più ricchi, più consapevoli, ambasciatori di un futuro migliore, evangelisti della ragione, combattenti della speranza. Pronti a mettere in dubbio le nostre scontate risposte, quelle del mondo senza fili spinati e senza forni crematori, sicuri che solo le domande – come ha detto l’ultimo dei ragazzi intervenuti davanti alla stazione di Cracovia – solo la disponibilità a lasciarsi sempre mettere in discussione dalle domande, ci farà viaggiare sicuri, più forti, nel nostro personale Treno della memoria sempre in partenza, in questo viaggio dei valori, che stasera nel gelido tramonto di Cracovia, appare perfino possibile.

La memoria e il futuro: abbraccio tra i sopravvissuti ai lager e gli studenti toscani

Oggi, 27 gennaio di 65 anni fa, il lager di Auschwitz veniva liberato. Ed è dunque un privilegio essere qui, ora, seppure quando quel giorno di giustizia appartiene ormai alla storia.  E l’incontro fra i sopravvisuti ai campi di sterminio e i giovani studenti toscani del Treno della memoria, che si è tenuto ieri sera, assume meglio, in questa giornata di ricorrenza, i tratti definiti della speranza. La platea del cinema Kiev è stracolma di ragazzi. Sul palco i volti emozionati degli anziani scampati alla crudeltà nazista.  Nell’attesa dell’inizio delle testimonianze, già carica di pathos, si sparge a stemperare il clima, la battuta di un giovane giornalista toscano“Meglio trenisti che tronisti”. Con questa sintesi folgorante, inizia l’incontro al cinema Kiev di Cracovia fra gli studenti toscani del Treno della memoria e i sopravvissuti ai lager, che si rivelerà un lungo e caldo abbraccio tra generazioni lontane negli anni, ma non nei valori. Tre ore intense, commoventi, con i racconti degli scampati allo sterminio, seguiti in un silenzio assordante dai seicento ragazzi toscani. Tante non hanno retto alla commozione, soprattutto quando Tatiana Bucci, reclusa a Birkenau insieme alla sorella Andra quando avevano 6 e 4 anni, ha confessato che per la prima volta, oggi, è riuscita ad entrare al Museo di Auschwitz, ed è ritornata indietro fino a quei giorni di terrore: “Ho deciso per la prima volta di non sfuggire a questa visita – ha detto – perché in mezzo a voi mi sono sentita sostenuta, appoggiata. Insomma, non ero sola davanti ai miei fantasmi di allora”. Poi, Marcello Martini, toscano, uno che aveva il triangolo rosso sulla casacca a strisce dei reclusi. E quel segno voleva dire che era un prigioniero politico, ad appena 14 anni. Già grande per i nazisti, eppure con tutta una vita davanti. La sua esistenza è stata un continuo uscire fuori dal lager, a cominciare dai giorni immediatamente successivi alla liberazione: “Quando sono tornato a casa, non sapevo come stare insieme con i miei genitori. Non sapevo come vivere in casa, in famiglia. Gli anni della reclusione avevano cancellato i miei affetti, i miei sentimenti”. Un tema, questo della cancellazione dell’anima delle persone, degli effetti devastanti sull’intimità dei prigionieri, che è stato sottolineato nell’avvio dell’incontro da Giovanni Gozzini.

L’ultima testimonianza di un sopravvissuto è di Antonio Ceseri. Era marinaio, strappa più volte l’applauso dei ragazzi. Per 50 anni, fino al Duemila, Ceseri non aveva confessato a nessuno la sua reclusione. Poi, la sua storia è riemersa dalle carte dell’ambasciata, e stasera ha trovato la forza di parlare di fronte ai ragazzi toscani a Cracovia: “Ero un marinaio e mi presero i tedeschi insieme a 130 miei compagni. Ci rinchiusero a Treblince e ad un certo punto, dopo mesi di torture e vessazioni, capimmo che era giunta la nostra ora. Ci radunarono di fronte ad un muro, a gruppi di tre. E poi – ha ricordato Antonio Ceseri – partirono le raffiche. Vedevo i miei compagni cadere ad uno ad uno ed anche io piombai a terra, anche se non ero stato raggiunto dai colpi. Rimasi cinque ore sotto i cadaveri dei miei amici”. Scampato così alla morte, per Antonio Ceseri la beffa arriva al ritorno in patria, quando lo richiamano alle armi, per pattugliare la costa romana e liberare le acque dalle mine: “Pensai che se mi ero salvato dai tedeschi nel lager, non sarei sopravvissuto alle mine vicino a casa mia”, ha esclamato Ceseri, ed ha avuto perfino la forza di sorridere, davanti alla platea dei ragazzi toscani, che si è lasciata andare ad un lungo applauso.

Lo stesso che aveva accolto Cinzia Settembrini, giovane studentessa del Parlamento toscano degli studenti, che ha concluso il suo intervento con poche, emozionate parole: “Ho visto cose in questi giorni, che mi hanno fatto star male, che mi hanno fatto guardare in faccia la cattiveria degli uomini. Ma torno a casa più forte – ha concluso Cinzia – con maggiore consapevolezza, e la speranza di poter credere in un mondo migliore, non solo rispetto a quei giorni di ferocia, ma anche rispetto alla mia contemporaneità, che non mi piace”.

Auschwitz, il lavoro rende liberi. Di morire

Li chiamavano “pezzi”, i nazisti, i prigionieri di Auschwitz. Li accoglievano beffardi, con la scritta-truffa appesa sopra l’ingresso: “Arbeit macht frei”, ovvero “Il lavoro rende liberi”. Beffa atroce, visto che il campo di concentramento di Auschwitz, aveva uno scopo e una missione: uccidere con il lavoro. Usare proprio la costrizione ad un lavoro forzato, terribile, inumano, come arma letale di distruzione. Per chi non moriva di stenti, c’era sempre l’opzione della camera a gas. Sotto quella insegna, che è una delle più grandi bugie della storia, sono passati stamani centinaia e centinaia di studenti e toscani. Dopo Birkenau, il campo di sterminio, ecco spalancarsi davanti a loro la geometrica prospettiva dei blocchi a mattoni rossi: famigerato il blocco 11, quello delle prigioni sotterranee, dove si stava in piedi, serrati l’uno contro l’altro, e al buio. Accanto il blocco 10, quello degli esperimenti sulle donne, con i medici nazisti a cercare di scovare il metodo per la sparizione di genie razziali non gradite. A fianco del casamento degli orrori, al Muro della Morte, i ragazzi toscani sono arrivati in corteo. E’ qui che impazzavano le pallottole che distruggevano intere famiglie: e’ qui che il colonello Palich faceva esplodere le teste dei neonati davanti ai loro genitori. Daniela Lastri, in rappresentanza del Consiglio Regionale, ha pronunciato poche, emozionate parole: “L’orrore che si prova in questo luogo – ha detto – sappia essere per voi una spinta di speranza e nello stesso tempo un argine contro ogni intolleranza”. Cristina Scaletti, assessore alla cultura della giunta regionale, ha sottolineato il bisogno di memoria: “Sapere, conoscere la propria storia – ha detto – è l’unica garanzia per evitare che si torni nel buio profondo della ragione, di cui Auschwitz è uno degli avamposti”.
Finita la piccola cerimonia con la deposizione delle corone al Muro della Morte, i ragazzi sono entrati dentro i blocchi. Attoniti di fronte alla valanga di capelli dei deportati: soprattutto biondi, soprattutto di donne, che venivano spediti alle fabbriche tessili per farne tappeti e tessuti. O di fronte alla massa incredibile di scarpe, povere le più, qualcuna di lusso, con i tacchi alti e la vernice colorata. Sgomenti di fronte alla montagna di protesi, stampelle, supporti per gli invalidi: oggetti che garantivano a chi, in vita, era costretto a farne uso, il canale privilegiato e immediato verso la camera a gas. Come per i portatori di occhiali, anche questi accatastati in un teca. Perché ad Auschwitz solo il lavoro rendeva “liberi” di sopravvivere per un paio di mesi in più. Ma la morte poi arrivava comunque, o di stenti, di fatica, di freddo. O per la doccia salvifica in “Canada”, così i nazisti chiamavano il forno crematorio.

Due cose colpiscono e scuotono nel profondo, di quelle custodite nel museo di Auschwitz: i vestitini dei bambini piccoli, le loro bambole, i piccoli giocattoli consunti dal tempo, le valigie con i nomi e le date di nascita e di morte, qualcuna distante diciotto mesi, 2 anni, poco più. E le pareti ricoperte di foto. E’ la prima volta, in questo viaggio del Treno della memoria, che entriamo in contatto con i volti delle vittime. Visi antichi, primi piani che fissano la consapevolezza delle morte imminente: immagini segnaletiche, con tanto di numero di matricola. Una procedura che fu abbandonata ben presto: poi la burocrazia nazista passò al più rapido e incancellabile metodo di registrazione: il tatuaggio, il marchio a fuoco dei deportati. Consola, uscendo da Auschwitz, passare davanti alla forca dove fu appeso Rudolf Hesse, il despota di Auschwitz. Ma poco di fronte a quello che è accaduto, neppure 70 anni fa. Niente di fronte ai tempi dell’universo. Mentre usciamo, la guida ci indica un signore curvo, che arranca grazie ad un bastone, e si fa largo in mezzo alla neve che torna a fioccare, sorretto da un giovane: “E’ uno dei pochi che è riuscito a fuggire da qui. Torna spesso”. Forse per rinascere, perché questa di Auschwitz è in fondo la sua terra, la terra della sua vittoria. E se i ragazzi toscani capiranno, anche terra di speranza di uomini e donne nuovi, resi liberi davvero, dalla memoria che diventa consapevolezza. Una studentessa a cui chiedo se si sente più forte, dopo tutto questo, mi risponde: “Ora, quando si torna a casa, si penserà”. Ecco, è vero, basta così. Basta pensare..

La fabbrica della morte

C’era la neve stamani ad Auschwitz 2, a Birkenau, che in polacco, prima dell’invasione nazista, si chiamava “betulla”. E migliaia e migliaia di betulle furono abbattute per realizzare il lager. Appena oltrepassata la Porta della morte, mentre gli studenti toscani sciamano all’interno, quello che colpisce subito è la disarmante semplicità del disegno di sterminio, progettato come una razionale fabbrica di morte. Da una parte le baracche in legno, quelle degli uomini, dall’altra le baracche in mattoncini rossi, dove venivano rinchiuse le donne e i bambini. Nel mezzo il binario che si incunea dentro il campo, fino allo spiazzo in cui si faceva la selezione. Cioè la scelta fra i deportati che si ritenevano in grado di lavorare e potevano rinviare l’appuntamento con la morte. E gli altri, gli anziani in primo luogo, smistati subito, appena scesi dal treno, verso il forno crematorio. Un gesto, bastava un gesto del medico nazista responsabile della selezione, ed era subito la morte. Dei forni crematori oggi non restano che le macerie, quelle rimaste dopo essere state minate e fatte esplodere dai nazisti in fuga, che volevano nascondere le prove più evidenti del genocidio. Il resto è come allora, come in quegli anni, fino al 2 agosto 1944, quando a Birkenau trovarono la morte un milione e mezzo di persone. Entrare nelle baracche, toccare le brande dove venivano accatastati a decine sopra un unico pagliericcio, significa ritrovarle all’improvviso quelle facce stecchite viste in tanti film, che non rendono la verità di questa città della morte, inimmaginabile se non sei qui. Intatta anche nei fili spinati dove scorreva l’alta tensione, nelle torri di vedetta delle sentinelle. Niente altro. Bastava. Il minimalismo dello sterminio colpisce e ti fa esplodere dentro la domanda: “Ma come è stato possibile?”. Due ragazze di Pistoia escono con gli occhi rossi da una baracca, una sussurra: “Sono senza fiato”. E un ragazzo aggiunge: “Non immaginavo, chi non viene qui non può immaginare”. Poi, gli studenti del treno della memoria, si riuniscono nei pressi del forno crematorio, parte il corteo verso il monumento alle vittime. C’è il gonfalone della Regione, quello del Comune di Firenze con i figuranti di palazzo, il gonfalone della provincia di Prato. Si cammina in silenzio, con le scarpe che affondano nella neve. Davanti al monumento lo squillo delle chiarine invita al raccoglimento. Poi, uno ad uno, i ragazzi toscani leggono ognuno il nome di una vittima, facendosi eco con la propria voce. Ugo Cafaz, dice poche parole: “Niente retorica – dice – avere memoria di quello che è successo qui, significa tutelare la contemporaneità da altri errori della storia”. Enrico Rossi, profondamente colpito come tutti dal suo primo viaggio ad Auscwhitz, ammonisce i “seminatori di odio,perché l’intolleranza è una belva che una volta scatenata non si può più domare. E il genocidio è pratica e metodo di dominio che non è finita con il nazismo. C’era normalità – - dice Rossi – in chi denunciava gli ebrei del proprio pianerottolo, c’era normalità nelle ss che obbedirono senza mettersi in gioco. E la normalità è sempre sull’orlo della follia, anche ai nostri giorni”. Poi, il presidente della Regione conclude con il più semplice appello rivolto agli studenti toscani assiepati davanti a lui: “Forza ragazzi”. Come dire, il mondo è vostro. Non fate che il treno dell’umana follia torni mai a fermarsi sul binario di Birkenau: Che un tempo si diceva “betulla”.

Verso Auschwitz, dal treno della memoria

 E’ lungo il viaggio del Treno della memoria, che domattina ci porterà dentro la più grande ferita della storia, irrimarginabile, ad Auschwitz, nel campo di sterminio dove furono uccisi milioni di ebrei. Sul treno, insieme a centinaia di giovani provenienti da molte scuole della Toscana, c’è anche il presidente Enrico Rossi, che saluta uno ad uno gli studenti, visitando ogni scompartimento del convoglio: “Sono preparati – dice – Mi hanno intervistato, per i loro blog, per i loro profili di Facebook, e mi hanno fatte domande precise. Sanno che questo viaggio per loro è un’opportunità, un’occasione per entrare nella storia e capire come la consapevolezza dell’Olocausto rappresenti un dovere e nello stesso tempo un impegno, in questa contemporaneità che appare priva di valori. I ragazzi possono toccare con mano come costruire una macchina distruttiva come quella dei lager, ponga ancora oggi, domande inquietanti ai nostri tempi, per valutare criticamente il presente””.

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci, sopravvissute all’Olocausto quando erano bambine, sedute ad un tavolino della carrozza ristorante insieme all’assessore alla cultura della Regione, Cristina Scaletti, sono prese d’assalto dai ragazzi. Firmano il libro del loro ricordo, con brevi dediche affettuose, per alcune ragazze. E poi rispondono alle domande, sfuggono al dolore del ricordo, e parlano del loro tatuaggio: “Avevamo 4 e 6 anni – dicono – e ci timbrarono con un numero. Ce lo portiamo dentro, da sempre e siamo qui per combattere il negazionismo, e tutte le guerre che si fanno in nome delle religioni, usurpando il valore delle religione, perché nessuna fede può indurre a sopprimere altre persone”.

I ragazzi trascorrono il tempo ascoltando musica, postando pensieri con i loro telefonini, giocando a carte: “Nessun libro di storia, nessun professore – dicono alcuni ragazzi dell’Università di Firenze –potrà farci capire fino in fondo cosa sia accaduto con l’Olocausto. Siamo qui per questo, per capire con maggiore profondità”. Ridono e scherzano, come è giusto: “Poi domattina – dice Tatiana Bucci – quando arriveranno ad Auschwitz , come tutti gli altri con i quali abbiamo fatto questo viaggio negli anni scorsi, saranno sopraffatti dal silenzio. E dal dolore”.
Il viaggio sarà lungo: attraverseremo l’Austria, e poi altre terre dell’Est. Domattina arriveremo ad Oswiecim, il nome attuale di Auschwitz. A ognuno sarà consegnata una candela e l’accenderemo dentro il lager, al momento dell’arrivo nel piazzale dove si terrà una piccola cerimonia commemorativa. Ci dicono che ci sarà la neve, ad Auschwitz, come c’è sempre nella nostra memoria di giovani degli anni Settanta, quando Auschwitz era soprattutto una struggente canzone dei Nomadi.

Pitti e i furbetti dello scandalino

Pitti Uomo è una gran cosa. Perchè riesce a catalizzare mille marchi della moda, e perchè rinverdisce ogni anno con dinamismo e modernità, i fasti di una Firenze capitale della moda, della Sala Bianca, dove nacque la moda italiana, oscurando a metà degli anni Cinquanta la dittatura del fashion di Parigi. E anche la vitalità che dimostrano gli imprenditori della moda toscana, è segno di un ingegno che non è offuscato dalle nebbie dei nostri tempi e che è un’eccellenza buona per far da traino al nostro export delle eccellenze. W Pitti, dunque. Ma di questa edizione di Pitti, così bella dal punto di vista della sostanza, ci hanno disgustato gli slanci di chi ha scelto il sensazionalismo presunto geniale, per far parlare di sè. E allora, ecco rispolverati dal cassetto il corredo dei perfetti guru della comunicazione, incerca dello scandalino ad effetto. E allora, via con cristi in croce vestiti con abiti peraltro ben fatti, e poi manifesti che viaggiano sulla sottile linea della possibile blasfemia. E ovviamente, il Grande Vecchio dei guru della comunicazione, che utilizza addirittura l’immagine della donna, debitamente svestita, ovviamente. Insomma: con le trovate cristiche si fa infuriare – giustamente – la cultura cattolica. Con la donna sfruttata, le altre donne e le istituzioni politcally correct. E le micce così furbescamente innescate, fanno esplodere il can can. A questo cocktail francamente stantio ci aggiungiamo noi l’ultimo ingrediente. Noi giornalisti, della carta stampata, delle tv. Se non avessimo dato spazio a questi sensazionalismi da retrobottega, i presunti guru della comunicazione avrebbero perso 2-0. E invece hanno vinto ancora, perchè i media completano il cerchio del cattivo gusto, alimentando il carrozzone del nulla, riempiendo giornali e tg di questa roba. Come abbiamo fatto anche noi, stasera. Per cui, ci scusino i nostri telespettatori per essere stati al giochino. Chi vuole capire di più di Pitti, quello vero, segua però il nostro primo piano dopo il Tg, del tutto depurato dalle trovate dei furbetti dello scandalino.