Monthly Archive for ottobre, 2010

Prato, tre morti tanti perchè

Il giorno dopo e’ sempre quello piu’ difficile. Quando accadono tragedie come quella delle tre donne cinesi sepolte dentro la bara d’acqua del sottopasso di Galciana, l’immediatezza e’ dettata dagli eventi terribili che accadono. Ma e’ il giorno dopo che si affaccia la piu’ incalzante della domande: perche’? E nel dramma di tre vite umane che si spengono, lentamente, nella trappola di acqua e fango, in una citta’ moderna ed efficiente come Prato, il tema del perche’ sia accaduto e’ davvero un tarlo. E’ impossibile accettare che a Prato, nel 2010, tutto sia accaduto solo per una sia pur eccezionale circostanza naturale: 104 millimetri caduti in poco piu’ di due ore sono una sorta di bomba d’acqua improvvisa, ma non dovevano mancare le contromisure. Accontentarsi dell’imponderabile, appare riduttivo. Le messa in sicurezza e’ un obiettivo dovuto. E infatti la sala operativa della Protezione Civile, in Comune, si mette in moto intorno alle 2,30. Da circa novanta minuti la bomba d’acqua e’ innescata. L’allarme rispetto al fatto che nel sottopasso di via Ciulli ci sia una situazione disperata arriva alle 4,50. E allora, la prima domanda e’: perche’ un sottopasso come quello di via Ciulli, che appare strutturalmente un punto sensibile rispetto ad una vera e propria inondazione in atto, non e’ stato controllato, se non dopo l’allarme delle 4,50? Perche’ le dinamiche di smaltimento del sottopasso, le pompe, non hanno funzionato? Perche’ non e’ stato bloccato l’accesso al sottopasso in presenza di quei 104 millimetri di pioggia, quantomeno a partire dalle 2,30, quando la sala operativa della Protezione Civile si e’ messa in moto? Perche’ le telefonate di allerta di alcuni cittadini, che ne hanno dato conto nelle nostre interviste, non sono state tenute in considerazione? Domande alle quali tutte le risposte possibili e’ chiamata a darla l’inchiesta della Procura della Repubblica.L’altro perche’ che circola, inquietante, in questo giorno dopo cosi’ carico di rabbia e solidarieta’ per le famiglie della vittime, e’ legato alla mancata effettuazione del lutto cittadino. E qui risposte non ce ne sono: perche’ la sincera partecipazione del sindaco Roberto Cenni al dramma delle famiglie orientali, e’ certa. Ne ha dato atto anche il Consolato cinese, ieri sera, a tarda ora. Ma le bandiere a mezz’asta, il minuto di silenzio in Consiglio, di fronte ad un evento cosi’ dirompente nella dinamica della vita di una citta’ civile come Prato, non bastano, a nostro parere. Il lutto cittadino sarebbe stato un piu’ chiaro segnale di quella solidarieta’ verso la comunita’ cinese, che pure, certamente non manca ne’ nella citta’ ne’ nell’amministrazione comunale. Perche’, come ha sottolineato il vescovo Simoni: ‘la morte, nella sua dura imparzialita’, mette a nudo i nostri pregiudizi, ricordandoci che tutti, pratesi di vecchia origine o di recente venuta, e immigrati anche cinesi, siamo tutti accomunati dalla stessa umanita”.

Quella vendemmia da precario e i precari di oggi

Un trentennio fa, negli ultimi anni del “Bandini”, l’istituto tecnico commerciale che ho frequentato a Siena, insieme ad un gruppo di compagni di scuola, di questi tempi si andava a vendemmiare. Una settimana in una piccola azienda alle porte di Siena, verso Pian del Lago. Mi ricordo che tutti i filari erano in discesa e che ad insegnarci c’erano alcune donne che avevano vissuto sempre in campagna e che guardavano con sospetto noi studentelli rumorosi e inesperti. Mi ricordo che eravamo in regola: libretto di lavoro, assunzione a tempo per la vendemmia, paga sindacale che per noi era il modo per pagarsi pizza e cinema per quasi tutto l’inverno. E poi ci si divertiva, ma parecchio. Un precariato, o meglio una stagionalità, meravigliosa. Magari tornasse! Poi sono stato precario anche in altre occasioni. Un po’ di lavoro nero in qualche redazione per un annetto, con compensi in contanti di poche decine di migliaia di lire al mese, ma poi arrivò l’assunzione defnitiva. Dopo qualche anno, ho avuto di nuovo a che fare con i contratti a tempo determinato: tre nel giro di pochi mesi, prima della sollevazione dell’assunzione a tempo indeterminato. Ma tutto questo è avvenuto quando avevo poco più di venti anni. E i miei progetti di vita, il metter su casa, la figliola, e tutto il resto, ho potuto realizzarli con una solida base di lavoro.
Ricordando quelle esperienze di precario concluse in pochi anni, e l’ansia che ne derivava, non riesco davvero a capire come questo precariato sia diventato una condizione stabile per intere generazioni. Facendo così di milioni di giovani un esercito di lavoratori a gettone sempre ricattabili, per giunta, sempre più deboli nel contesto sociale.
Nel mio settore, il giornalismo, il precariato è diffuso, va avanti per lungo tempo ed espone i giovani giornalisti ad una pressione costante esercitabile dal direttore o dall’editore. Quando, dopo anni e anni di tortura dell’attesa, li assumono, sono già “rallevati” ad accettare norme e consuetudini più o meno soggiacenti. E invece ci sarebbe tanto bisogno di rinovamento, di giovani giornalisti multimediali, ma soprattutto “multipensanti”, in grado di rivoluzionare un mestiere ormai in disfacimento da logorìo del potere. Io, per esempio, sarei già pronto a farmi da parte: se una bella legge di rinnovamento reale di un settore ormai decrepito, preistorico rispetto alle possibilità che l’innovazione dei media oggi mettono in campo, consentisse ai giornalisti over 50 di essere rottamati – ovviamente di propria libera scelta! – e di lasciare il loro posto, ovviamente a tempo indeterminato, a giovani giornalisti altrimenti costretti al servilismo da precariato, io sarei disponibilissimo a tornare a tagliare l’uva nei dolci vigneti della campagna senese. A tempo indeterminato.