Monthly Archive for luglio, 2010

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Jade Buddha Temple e pasta Barilla

Nella prima mattinata libera dagli impegni di lavoro all’Expo, mi concedo una visita al Jade Buddha Temple, in omaggio al nome di mia figlia, Giada.
Il biglietto di ingresso è 20 yuan, pari a 2,35 euro. Una guida del Tempio mi porta subito in una grande sala con statue enormi, due sorridono, due sembrano volerti assalire da un momento all’altro. Bellissime. Poi, mi accompagna nella sala al piano di sopra, piena di ninnoli di ogni tipo di giada. Mi offre un Buddha che ride e tiene sulla testa una specie di cuscino, a soli 108 yuan. Mi faccio convincere che porta bene e lo compro. Quindi, la guida, dopo aver tentato di indurmi ad ogni altro acquisto possibile, con cortese e anche simpatica insistenza, capisce che sono più interessato al Buddha di Giada. Mi accompagna e mi dice che la statua del Buddha di Giada bianca è al secondo piano di un altro edificio, dove per entrare ci vogliono altri 10 yuan, poco più di un euro. Merita. La statua è bellissima.  Il volto ha un’espressione serena, colllane di pietre preziose avvolgono la statua che emana una luce particolare. Un cartello pieno di svastiche – era un simbolo taoista religioso prima che se ne appropriasse il mascalzone bavarese – avverte di non fare foto e di pregare. Davanti a me un’anziana signora si batte la testa con la mano e si inchina di continuo. Poi acquista una bottiglietta tipo acqua minerale, pieno di un liquido che pare tè. In realtà è olio. La donna lo consegna ad una inserviente che lo getta dentro un bacile e subito si alza un fumo che emana un odore forte di incenso in tutto il tempio. La donna aumenta gli inchini e si raccoglie in preghiera. Esco e cerco un taxi. Si avvicina una ragazzina che mi chiede al volo se sono italiano. Rispondo di sì e lei prova a vendermi una serie di cartoline del tempio. Mi difendo provando ad allontanarmi a piedi. Lei insiste e mi porge un bigliettino, dove si legge solo “body massage”. Dico di no e mi avvio verso l’incrocio per cercare un taxi: lei non molla fino a quando non entro nell’auto. Poi, delusa, mi saluta.
Mi faccio portare allo Shanghai American Center, dove scopro un City Shop, una specie di piccolo supermercato, con cibi occidentali. Ricordando lo stomaco in subbuglio della notte, acquisto prosciutto, formaggio, pane, pasta, sugo al pomodoro, acqua minerale, insomma tutto quello che mi consentirà di convivere ancora dieci giorni con la dirompente cucina cinese. Mi sento a casa e al residence mi cucino il mio primo splendido piatto di pasta Barilla a Shanghai. Conchiglie al pomodoro e parmigiano grattato. Provo quasi un senso di colpa: in Cina si dovrebbe convivere, oltre che con gli usi e le tradizioni, anche con la cucina locale. Il mio cervello la pensa così, ma il mio stomaco no. E lui – lo stomaco – è felice della mia spesa italiana nel cuore della Cina.

Camera con vista sul Bund

Il Bund è la parte di Shanghai più appariscente. Verrebbe di dire più “occidentale”. Meravigliosa la prospettiva della passeggiata lungo il fiume Huangpu, dove si riverberano i colori intensi dei grattacieli realizzati per stupire e inorgoglire la gente di questa città che sembra immensa, senza fine. Dalla parte di qua  dal fiume, le luci sono tutte uguali, color oro, e i palazzi devono avere la stessa tonalità. Boutiques e ristoranti di lusso spuntano in ogni dove. Salvo farti capire che se ti presenti a cena dopo le venti, sei uno che non ha capito le leggi autoctone dell’orologio. Il Bund ti prende allo stomaco e in tutta questa magnificenza portentosa finisci per bearti, godendo del primo refolo di vento della solita giornata infernale di caldo umido, che ti bagna i vestiti. Poi ti guardi intorno e scopri che la panchina di fronte all’imbarcadero è la camera con vista di un anziano signore, che si è messo anche il pigiama e se ne sta tranquillamente rannicchiato nei suoi sogni. Mentre tutto intorno a lui è un brulichio di famiglie con due o tre bambini, e babbi e mamme giovani che fanno fatica a tenere a bada la prole. Un urlo improvviso alle spalle ti avverte del rovescio d’acqua che sta per pioverti addosso. Un’enorme sistola, che pare un pitone steso proprio sulla passeggiata mentre la gente  si gode il fresco, si abbatte minacciosa sulle ragazze ben vestite e con i tacchi alti – rare – e le famiglie in tenuta maglietta e pantaloncini corti – quasi tutti – , sfiorando perfino il signore in pigiama che se la dorme. Sul Bund è un fuggi fuggi generale, mentre l’enorme scroscio d’acqua fa giustizia delle differenze e inzacchera senza ritegno, i  nuovi ricchi con la Ferrari posteggiata davanti ad Armani, e i costantemente poveri. Anch’essi però felici di fronte al gioco di luci dei grattacieli che si specchiano sul Huangpu, annunciando il futuro che è già. Più lontano, invisibile vista la nebbiolina che cala con la sua scorta di minuscole gocce d’acqua, c’è l’enorme pagoda rossa, il padiglione cinese dell’Expo. Inavvicinabile vista la mole di visitatori, che pure si affollano parandosi il sole con gli ombrelli da pioggia, anche nel padiglione italiano. D’obbligo la foto con la tuta di Valentino Rossi, mentre i più piccoli assediano Pinocchio e gli artigiani di Pinoccho world, e le griffes della moda attraggono le ragazze dai tacchi alti. Inconsapevoli replicanti di un sogno – il nostro – che non c’è più.

A Shanghai, notti insonni e nuovo mondo

A Shanghai, per raccontare su Toscana Tv la Toscana all’Expo, in preda agli effetti dello sbalzo del fuso orario, trascorro la notte praticamente insonne, ammazzando il tempo in parte riguardandando un vecchio filmdi Nick Nolte in inglese, l’intera Argentina-Germania con telecronaca in cinese (!), e in parte standomene alla terrazza dell’albergo a fumare sigari.  Albergo situato nella zona quasi centrale, non distante dallo Shanghai Grand Theatre. Così, dalla terrazza, vedo un mare imponente di grattacieli che avanzano. C’è rimasto giusto un quadrato di casupole tirate su nel 1928, a giudicare dagli stucchi perfino con un po’ di pretese. Oggi danno una sensazione di squallore, così come invece, le torri svettanti del Bund, poco distanti danno un senso di potenza finanziaria, di economia rampante che non concede scampo. Proprio sotto l’albergo si nota – dall’alto – l’accatastamento di sacchi della spazzatura e immondizie, in attesa del servizio di pulizia delle prime ore del mattino. Ma in realtà, scorgo più volte – nelle contingenze di un sigaro – quella che mi pare una vecchia signora che fruca tra le immondizie e si porta via non poca roba in sacchetti improvvisati.
Nella notte già carica di nebbia da calura torrida, Shanghai, appare meno lussureggiante, di poco prima, sulle rive dell’Huangpu. Sotto il mio albergo, nella notte inoltrata, vagola uno strano popolo by night, in cerca anche di inquietanti cialde calde che si fanno dentro semispecie di garage, che riempiono l’aria di un odore forte. Continui suoni di clackson, motorini con conducenti rigorosamente senza casco, biciclette lentissime, riempiono la notte in sordina sotto il mio albergo. Poco prima, invece, nella terrazza del ristorante davanti alle Torre delle Perle, nel bel mezzo del rutilante scintillìo dei battelli dei turisti che fanno il giro della rada, la mole imponente di centinaia di grattacieli illuminati a colori vivaci, appariva metafora di nuovo mondo e di nuovi equilibri economici. Non meno di trenta camerieri si aggiravano a riempire di portate il tavolo tondo: vien fatto di pensare a quanto fosse loro stipendio, vista l’assoluta onestà del conto finale. Altra riflessione “macroeconomica” nella mia notte insonne: possibile che il taxi dall’albergo all’Expo ( non meno di sei-sette chilometri) sia costato l’equivalente di due euro? La mia notte finisce alle 7,15 quando ormai stanco di litigare con i cuscini, finiti sia Nick Nolte che Argentina-Germania in cinese, mi decido a uscire per una girata prima di colazione. La camicia mi si appiccica addosso in pochi minuti. E’ già un caldo opprimente. Mi aggiro tra templi della finanza in attesa di apertura e negozi dal caffè improbabile, fino a quando non vengo rapito dalla scena che si consuma in un piccolo giardino pubblico di fronte a Times Square, una della zone più esclusive di Shanghai, piena zeppa di boutique e di griffes. Ebbene, in quel giardino, una tipica musica cinese con voce femminile cantilenante viene diffusa da una sorta di altoparlante e a quel ritmo lento e blando, balla, con grazie impensabile, una ventina di signore molto in là con gli anni. O meglio si muovono come sospese a metà tra la danza e la ginnastica. Mi appaiono serene, felici di quel rito di primo mattino. Poi, mi soffermo a guardare un uomo molto ma molto più vecchio delle signore danzatrici ginniche. Avrà più di 80 anni: è vestito con una canottiera quasi color carne, che fa pensare ad anni di colori diversi. Un paio di pantaloni e strani sandali semiaperti. Lui si muove con sapienza antica, con orgogliosa competenza. E’ piccolo, minuto, striminzito, ma pare un guerriero invincibile con quelle braccia che fa roteare sicuro, in attesa della giornata che non riesco a immaginre come trascorrerà.