Monthly Archive for luglio, 2010

Pagliacci e turbamenti

Sarà che ho tanta voglia di mare. Ma nonostante questo, la foto dei pesci pagliacci – meravigliosi! – mi ispira più che altro una riflessione sui pagliacci. Non sui pesci. Due spunti dalle cronache di oggi.
1) I due esponenti politici di primo piano che, unendosi in “matrimonio”, hanno dato vita al partito politico attualmente di maggioranza relativa nel nostro Paese, hanno divorziato. Fragorosamente. Si sono divisi. Dopo tante dispute tra Berlusconi e Fini, il primo ha ripudiato pubblicamente il secondo, chiedendone anche l’allontanamento dal ruolo istituzionale che ricopre. Tralasciando il fatto che Fini è stato eletto Presidente della Camera dal Parlamento e non è lì per editto del Presidente del Consiglio. Fini reagisce e attacca il suo ex sodale, definendolo in un modo quantomento inquietante: “Illiberale”. Ora, il fatto che il Presidente della Camera accusi di illiberalità il Presidente del Consiglio, in una libera Repubblica democratica, per giunta leader del Partito della libertà, non provoca qualche turbamento in giro?
2) Il Governo continua a perdere le cause. Prima la Corte Costituzionale ritiene inammissibile il ricorso presentato, appunto dal Governo, contro la legge della Toscana che garantisce l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini che vivono nel suo territorio, anche se si trovano nello status di clandestini. Poi, il Tar del Lazio sospende l’aumento dei pedaggi stradali voluto dal Governo, perchè non motivato. Ma intanto i cittadini hanno pagato il balzello in più. E anche questo Governo che perde le cause di fronte agli organi di garanzia giurisdizionale, non provoca qualche turbamento in giro?
E tutto questo in un Paese che continua a prendere in giro i giovani, relegati al ruolo di manovalanza precaria sottosposta ad ogni ricatto, costringendo gli anziani a sostenere il loro reddito praticamente evanescente. Ma anche questo non provoca qualche turbamento in giro?
Io continuo ad aspettare che venga esposto il cartello “Sei su scherzi a parte”. E intanto medito amaramente sui pagliacci.

Shanghai, il futuro

Oggi è l’ultimo giorno di partecipazione toscana all’Expo di Shanghai, dove chiude lo stand della Regione. Rientrato già da un paio di giorni, mi resta l’impressione forte, di aver fatto un’incursione nel futuro che è già presente. In una città che corre vertiginosamente, in un Paese che si sente forte, dove gli squilibri evidenti non creano tensioni, dove i chiari e gli scuri quasi incredibilmente non si contrappongono, dove le evidenti ricchezze convivono  nella pax sociale con le evidenti povertà. Formidabile Shanghai, comunque, con la metropolitana modernissima e pulitissima, i grattacieli che sono un segno di potenza e di sfida, la gente che pare generalmente sorridente, volitiva, positiva. Forse come lo eravamo noi negli anni Sessanta. Loro, comunque, corrono e fanno anche venir voglia di correre. Nell’ultimo giorno di permanenza a Shanghai, sugli enormi video appesi ai grattacieli, scorrevano le immagini dell’esordio alla Borsa di Shanghai della AgBank, un colosso finanziario che affonda le radici in un’intuizione di Mao, che proprio con questa banca voleva sostenere il lavoro dei contadini sparsi nelle immense campagne del Paese. La AgBanck resta di proprietà statale e il suo esordio alla Borsa di Shanghai ha coinciso con una raccolta di 22,5 miliardi di dollari, record mondiale di sempre.
Un esempio, non certo l’unico, se si considera che nel primo semestre 2010, ben 172 sono state le nuove aziende cinesi quotate in borsa, contro le 33 matricole americane nel medesimo periodo, ed una sola new entry nel nostro Paese.
Per tutto questo – e molto altro – l’asse Toscana-Cina mi pare particolarmente stimolante. Fra i risultati di quasi due mesi di attività, organizzate da Toscana Promozione a a Shanghai, che hanno visto coinvolti oltre 120 soggetti toscani tra pubblici e privati, c’è il lancio di tre progetti di promozione del made in Tuscany (arredamento, turismo e sanità); la firma di un protocollo d’intesa tra la Provincia di Grosseto, Rama spa e le municipalità di Wuxi e Jiangyin per una fornitura di bus elettrici; l’avvio dei contatti per l’apertura di un volo diretto Pisa-Shanghai in collaborazione con Eastern Airlines; l’idea di una policy school in materia di sanità in coicidenza con l’annunciata riforma sanitaria cinese. E’ stata inoltre avviata l’organizzazione di una delegazione di imprese, università e centri di ricerca cinesi che a novembre sarà a Firenze per la prima edizione della ‘Innovation Week’, occasione di incontro tra la Cina e le imprese toscane che operano nel biotech, nella tutela ambientale, nell’energia, nelle nanotecnologie e nei nuovi materiali. La Cina ha deciso di cambiare senza sosta, di correre con progressioni costanti e strappi repentini. Noi, così fermi sulle gambe, dovremo scalare rapporti e issarsi sui pedali, per provare quantomeno a restare in scia.

Shanghai, la corsa della competitività

Il China Daily è il quotidiano in inglese che esce a Shanghai, una sorta di diario di bordo soprattutto ad uso e consumo della comunità occidentale, sempre più folta, che vive in questa parte della Cina, cosmopolita per vocazione, fin dalla fine delle Ottocento, quando sulla spinta delle compagnie del commercio internazionali, pezzi interi di città sono stati costruiti secondo le abitudini occidentali. Il Quartiere Francese ne è l’esempio ancora oggi più tangibile.

Il China Daily di oggi riporta dunque la classifica delle prime cento città al mondo quanto a competitività economica. Guidano la graduatoria le grandi metropoli occidentali, New York e Londra in testa. Subito dopo Tokio e Parigi. Ma tra le prime cento, ci sono sei città cinesi, Hog Kong che è al decimo posto, Shanghai al 37°, Taipei subito dietro, e poi Pechino in cinquantanovesima posizione, Shenzhen al 71° e Macao al novantatreesimo posto.  Numeri e graduatorie non chiariscono mai tutto fino in fondo, ma aiutano a capire. Soprattutto se hai l’opportunità di leggere il China Daily sopra il cavalcavia che domina il Jing An Temple, vestigia di un passato remoto, ormai approdo dei turisti, stretto d’assedio ai grattacieli che spuntano come funghi tutto intorno.

Un giardino toscano sotto l’Himalaya

Il giardino pistoiese (realizzato dalla Vannucci Piante e dalla Compagnia del Verde) che accoglie i visitatori all’ingresso del Padiglione Italiano all’Expo è uno dei fiori all’occhiello del made in Italy  di Shanghai. Realizzato con non meno di 5o essenze, regge incredibilmente anche ai colpi di un clima che oscilla tra caldissimo e pioggia. Renzo Spagnesi, “ambasciatore” della Vannucci nel mondo, si gode il “suo” giardino cinese: “Per noi è una grande soddisfazione – dice – dopo 70 anni di lavoro e di impegno”. Ma in questi giorni, Spagnesi non è stato fermo a Shanghai. Con un’auto ha percorso migliaia e migliaia di chilometri per portarsi nel cuore della Cina, in cerca di zone in cui il clima e la qualità del terreno possano favorire la realizzazione di vivai in Cina, ma con tutto il know how e la conoscenza dell’azienda pistoiese. Durante il viaggio, in alcuni paesi, è stato ricevuto con onori particolari, riservati solo agli ospiti graditissimi. Per esempio: gli hanno fatto mangiare uno scorpione, massimo segno di ospitalità.  Ma al di là degli usi e costumi locali, Spagnesi ha scoperto una località ai piedi dell’Himalaya, dal clima e dal terreno ideale per reealizzare un vivaio pistoiese ai piedi dela grande montagna che divide la Cina dal Nepal e dall’India. I primi approcci sono positivi, chissà se il sogno – che è anche, ovviamente, un’opportunità economica – si realizzerà. In pratica, potrebbe rappresentare uno dei possibili esempi della gloobalizzazione di ritorno, all’insegna dello slogan: le conoscenze, il genio e l’esperienza italiani, la realizzazione in Cina. Come dire: thinked in Italy made in China.

Questione di life style

Nel tentativo di capire qualcosa di più del pianeta Cina, o almeno del macrocosmo Shanghai, che è comunque una sorta di caravanserraglio di tante Cine diverse, faccio tappa in tre avamposti dichiaratamentre occidentali: Times Square, Zintiandy e uno dei tanti Starbucks sparsi per la città. Nel caffè occidentale per eccellenza, oltre a me non ci sono occidentali. E’ affollato di giovani e giovanissimi cinesi che fanno un baccano d’inferno e consumano bicchieroni di caffè come niente fosse. I panini al prosciutto sono in realtà croissant dolciastri pieni di maionese e di fette di qualcosa che assomiglia di più alla bresaola. I ragazzi cinesi accanto a me bevono perrier al limone. Seconda tappa: Times Square. E’ un centro commerciale dove si rincorrono negozi di griffes occidentali di lusso e medio-lusso. I prezzi sono prettamente occidentali. Mi avvicino ad un borsone da viaggio, che porta il prezzo di 6890 rmb, circa 810 euro: scappo dalla tentazione e tutto intorno, però, è un affollarsi di acquisti, soprattutto da parte di giovani ragazze cinesi, già abbondantemente griffate. Non so se le borse che portano siano taroccate, ma sono di quelle che rappresentano l’accessorio d’obbligo per ogni signora di buona società dell’Occidente. Comprano le ragazze cinesi, dondolanti sui tacchi alti. Felici – mi pare – di aggiungere un’altra tacca al loro guardaroba occidentale: Zintiandy è il classico centro commerciale che si può trovare a Barcellona o a Parigi. Pieno di bar e ristoranti all’aperto, che si affacciano in piazzette affollatissime. Anche qui il rito dell’acquisto secondo il life style occidentale mi pare perseguito con passione dai giovani cinesi. Con la variante di Shanghai tang, negozio di abbigliamento di una catena di Hong Kong. Qui la questione del life style si rovescia. I capi hanno una foggia che strizza l’occhio all’Oriente, ma in chiave occidentale. E i prezzi varcano inesorabilmente la soglia dei 1500-2000 rmb. Quello che mi pare di cogliere, in questa marea di giovani cinesi, ben vestiti e ben curati che affollano gli avamposti occidentali, è la ricerca di uno stile di vita che li allontani più possibile dai negozietti delle strade meno centrali. I piccoli bazar dove si possono acquistare magliette con il marchio taroccato di Ralph Laurent a 99 rmb (11 euro), salvo poi ritrovarsi la pancia arrossata – effetto della sudorazione da umidità, probabilmente – dopo due ore che le indossi. Non so quanto sia diffusa e persistente questa corsa al life style occidentale, ma a Shanghai mi sembra un dato evidente, almeno per quella fascia di giovani in grado di spendere. Non so neppure se questa tipologia di nuova generazione cinese sia il prototipo della futura classe dirigente di questo Paese dalle mille facce. A me, però, sta più simpatico un giovane cinese incontrato all’Expo davanti al padiglione cinese. In piena ipersudorazione da clima insopportabile, il ragazzo mi deve aver visto in difficoltà climatica. Si è avvicinato e mi ha regalato un ventaglio di cartone, facendo segno con la mano di sventolarmi. Poi si è allontanato silenzioso, sorridendo. Gli sono grato. Rientrando in albergo e accendendo la tv, trovo un altro simbolo dell’Occidente, la Cnn. Che in questo momento sta dedicando un talk show alla questione della telefonata di Mel Gibson alla sua ex, con annesse offese. Gli ospiti del talk show, tutti ceronatissimi, azzimati e vestiti in perfetto life style occidentale, si azzuffano nell’analisi, alzando anche la voce. La speranza è che i giovani cinesi in cerca di Occidente, riescano a capire che, a volte, l’Occidente è ridicolo.

Cina, padiglione surreale

Il padiglione della Cina all’Expo di Shanghai è bellissimo. Una grande pagoda rossa, che accoglie ed inghiotte ogni giorno, centinaia di migliaia di visitatori. Assediata ad ogni ora da stuoli di cinesi in rigorosa e ordinata fila, introduce, negli intenti del Governo locale, alle meraviglie dell’escalation cinese. Riassume il senso di una storia secolare, grazie soprattutto ad uno splendido dipinto di Zhang Zeduan relizzato in animazione 3d, che si intitola: “Scene sul fiume alla festa dei morti” . Siccome il titolo del padiglione è “La saggezza cinese nello sviluppo urbano”, in piena simbiosi concettuale con il tema dell’Expo, “Better City, better life”, ecco che lo sforzo del padiglione è teso a prefigurare un futuro tutto all’insegna delle energie pulite, il carbonio, l’eolico, etc. Presenta la casa ideale della famigliola felice, diversa dagli attuali onnipresenti casermoni, prefigura addirittura ritorni alla semplicità, mette in mostra colorati disegni di bambini assolutamente ecologici. E poi, ti fa fare un piccolo viaggio su una esaltante monorotaia tipo-Gardaland, dentro una sorta di mondo pulito, rigoglioso di colori e suggestioni. Il problema è che tra la rappresentazione del passato nel dipinto in 3d di Zeduan, e il futuro immaginifico e tutto sostenibile, c’è un presente che appare anni luce lontano dallo slogan Better City, better life. I grattacieli di Shanghai hanno inghiottito le case, cambiato la faccia all’habitat naturale, senza starci tanto a pensare. Il traffico è un’esplosione continua di rumori e di gas di scarico che, come in tutte le metropoli del mondo, ammorbano l’aria. Soprattutto in giorni come questi, in cui la nebbia sembra avvolgere i grattacieli e la città intera. Ed è una nebbia che nasce anche dall’inquinamento dell’uomo. Però, il padiglione cinese, è bellissimo. Surreale.

Shanghai, mondo piccolo

Da piccolo ho divorato tutto il “Mondo piccolo” di Guareschi. Quello che ruotava sempre intorno al microcosmo di Brescello, paesino nella Bassa Elimiliana, ai confini del Polesine, e alla saga dell’infinito duello tra Don Camillo e Peppone. Culture facili da riconoscere, bianco e nero, o meglio, bianco e rosso. Senza tonalità. La squadra del prete da una parte, quella del sindaco comunista dall’altra. Un microcosmo, un mondo piccolo, appunto, dove tutto nasceva e finiva lì. Oggi, domenica libera da impegni all’Expo di Shanghai, la giornata finisce  con il pensiero al nuovo mondo, inesorabilmente dilatato, eppure così piccolo. Che abbatte confini, elimina distanze, ma è comunque fatto di microcosmi infiniti, che si toccano e si allontanano e poi si riuniscono, senza soluzione di continuità. Le tappe di questo pensiero, stanno nel diario di una giornata che parte da Zhouzhuang, villaggio sull’acqua della Cina vera, molto generosamente rapportato addirittura a Venezia, incastrato in un labirinto di canali, tra piccoli ponti di “Rialto” e viuzze invase da cinesi in gita sotto la pioggia, tutti a rincorrersi in un bazar dai colori e dagli odori penetranti. Alcuni, rivoltanti. Poi, seconda tappa: il “ritorno” a casa, con la cena in un delizioso ristorante italiano, dal nome già rassicurante, “Va bene”. Quindi, le tappe imminenti, possibili grazie alla tecnologia che abbatte ogni frontiera. Alle 1, ora di Shanghai, collegato via Internet con Piazza del Campo, Siena, Italia, le mie radici, per l’irrinunciabile appuntamento con l’estrazione a sorte delle Contrade per il Palio di agosto. E il cuore già aperto alla speranza di una vittoria della mia Contrada, il Nicchio. Ultima tappa: ore 2,30 di Shanghai, nella camera di nuovi amici italiani, per seguire insieme la finale della Coppa del Mondo di calcio del Sudafrica tra Spagna e Olanda.  E intanto, sul telefonino, rimbalzano gli sms da Firenze, dove domani, il sindaco Renzi parlerà proprio della trasferta in Cina, in parte vissuta insieme da quest’altra parte del mondo. Che appare piccolo. Senza distanze.
Come i canali e i viottoli di pietra di Zhouzhuang, villaggio sull’acqua quasi impensabile.Perchè è un bazar, divertimentificio rozzo e naturale ad uso dei cinesi. Per cui compri qualsiasi cosa  per pochi yuan, al livello del loro tenore di vita. Per esempio, una camicia di seta blu perfino elegante a 12 ore, un apprezzabile ritratto dal vivo a 7 euro, tre cravatte di seta a 8 euro. E così via. Ma che oltre al bazar, regala anche sprazzi di una Cina tanto distante da Shanghai, che pare così lontana seppure a un’ora e mezzo di autostrada. Il villaggio sull’acqua, tra un negozietto e l’altro dell’infinito bazar, è infatti punteggiato di case. Quelle vere, che ti mostrano un volto della Cina, altrimenti nascosto dai grattacieli di Shanghai. Casupole povere, che si fa fatica a descrivere, umide, buie, punteggiate di brande  e sedie malferme, poveri panni stesi all’interno, rinsecchiti dall’umidità, fornelli dove stanno a bollire brodi maleorodoranti, fatti chissà con cosa. All’esterno, pesci a cuocere, granchi a morire in tinozze sporche, insalata che si abbevera dell’acqua piovana scrosciante dalla gronda. Donne che si muovono lente ai fornelli posizionati all’esterno delle case, lungo i viottoli dove scorre la folla e che si coprono il volto, mentre le fotografi. Perchè pensano che quella foto sia l’escamotage per estirpare la loro anima dai loro corpi. E poi, all’improvviso, in mezzo alle “calle” dove non mancano cumuli di immondizie e detriti sparsi, un piccolo bar con la scritta “Caffè Illy”. E dentro, una signora cinese che si commuove al nome “Italy”, pur non essendoci mai stata, e che vende pasta De Cecco, biscotti nostrani, credibilissimi piatti di spaghetti. E un espresso sontuoso, che mai avresti immaginato, quaggiù, inzuppato nei canali di Zhouzhuang, “the number one tour water in China”, si legge sulle para-gondole, su cui ci avventuriamo insieme a due australiani, unici “occidentali” – virgolette d’obbligo, anche perchè lui è indiano – visti in mezzo ai canali e ai viottoli, dove si rincorrono migliaia e migliaia di cinesi.
Poi, dopo la pausa in albergo ad asciugarsi dalla pioggia, la cena al ristorante italiano è una sosta raffinata e più che onesta, in qualità e prezzo (venti euro a testa), nel bel mezzo della città globale. Ristorante di assoluto livello, con chef italiani di grande valore, e proprietario del locale di Hong Kong, che intasca ogni mese 30.000 euro di affitto. Quindi, ultima tappa, la fuga in albergo, per apprendere direttamente da www.sunto.biz, l’uscita a sorte di Civetta, Giraffa e Onda. E, tra poco, seduti davanti alla Cnn, per seguire dal Sudafrica, la finale Spagna-Olanda.  Io porterò il chinotto acquistato allo Shanghai Center, insieme a prosciutto e pasta, e formaggi, per sopravvivere alla cucina cinese. Il mondo è piccolo. In un altro modo, ma è piccolo.  E a proposito, forza Spagna!!!, in omaggio alle “mie” città di sogno: Siviglia e Barcellona.

Le emozioni del “Maggio” e quelle del risciò

Metti una sera a Shanghai, tra le note emozionanti del concerto del Maggio, e una sorta di pazza corsa in risciò in mezzo al traffico minaccioso, che pare volersi ingoiare il baracchino traballante nel quale ci siamo avventurati. Ma andiamo per ordine. Il concerto del Complesso Cameristico del Maggio Fiorentino è stato travolgente, coinvolgente, trascinante nel vero senso della parola. I cinesi  e gli italiani che affollavano la sala dello splendido Shanghai Grande Theatre, hanno condiviso le stesse sensazioni. Perchè la musica, quando parla al cuore, abbatte ogni frontiera linguistica o culturale. E i musicisti del Maggio sono riusciti nell’impresa, trascinati da Domenico Pierini, direttore d’orchestra, generoso e leader della scena. Il pezzo di Nino Rota che ha chiuso il primo atto e lo splendido intermezzo della Cavalleria Rusticana, per me – non certo un esperto di musica, semmai un appassionato – sono state delle vere e proprie ondate di energia. Al termine del concerto, nel camerino, Pierini mi ha detto che proprio quel brano della Cavalleria Rusticana, per lui aveva un significato particolare, in omaggio al suo babbo. Evidentemente è stato così bravo da contagiare tutti noi della stessa profonda emozione.
Esco e la sagoma modernissima del Grand Theatre, mi sembra ancora più affascinante, ridondante di luce, incastonata in una piazza che sembra conquistarsi a fatica un po’ di spazio, nel mezzo delle sagome gigantesche dei grattaciali tutto intorno. Il traffico di Shanghai appare ancora più impazzito, rispetto all’abitudinaria follia già intensa delle ore del giorno. I taxi non si fermano, la strada verso l’albergo è lunga. Ad un tratto, ecco un risciò a motore fermo su un lato di una delle arterie più convulse. Optiamo in un attimo per l’avventura, ed in tre (!) saliamo sul risciò, consapevoli, eppure sprezzanti del pericolo. Il guidatore si barcamena in mezzo ad autobus, auto e motorini sfreccianti e minacciosi. L’eroico risciò barcolla e arranca nella calca, con il guidatore che combatte la sua battaglia e noi, dietro, travolti dalle risa, con la paura di essere travolti da qualche Suv più cattivo degli altri e il tentativo di salvare non solo noi, ma anche un piatto di ceramica che abbiamo come bagaglio. Alla fine, arriviamo, sani e salvi, noi e perfino il piatto di ceramica, felici dell’avventura nel cuore della pazza notte di Shanghai. E anche disposti a non trattare i 50 yuan, che l’uomo del risciò ci chiede a fine corsa. Se li è meritati.

“Assediato” dai cinesi

 

Stamani, in occasione della presentazione dello spazio della Toscana, l’Auditorium del Padiglione Italia era pieno all’inverosimile e tanti curiosi volevano entrare, attratti anche dalle nostre telecamere, che da queste parti sono un cult: se uno parla dentro un microfono davanti a una telecamera è per forza un personaggio, pensano i simpatici cinesi. Che così’ ti assediano e si fanno fare la foto insieme a te. Ma in realtà è l’Expo che fa audience di per sè. La gente partecipa davvero, in vere e proprie legioni che marciano ogni mattina verso la meta dei padiglioni. In più, l’immagine della Toscana, unita appunto all’effetto Expo, ha creato un effetto moltiplicatore dell’attenzione. Con effetti, che, speriamo, al di là dell’effimera notorietà di un giorno, possano consentire soprattutto agli imprenditori toscani, di trovare e cogliere al volo le opportunià che offre questo sterminato Paese, così contrastante nelle sue forme, a cominciare proprio da Shanghai.
Significativo che il Commissario Beniamino Quintieri abbia sottolineato che “per presentare la faccia migliore dell’Italia non vi è che la Toscana”. E che Stefano Giovannelli, direttore di Toscana Promozione, abbia sottolineato la volontà della Regione di presentare all’Expo “la Toscana giovane, dell’innovazione e del futuro tecnologico”. Alla cerimonia ha partecpato anche il Console Aggiunto a Shanghai, Francesco Varriale: un pratese, che pare notizia mica da poco. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che sarà in “pista” domani con la giornata del Maggio e il grande concerto di musica da camera a sera, ha partecipato al taglio del nastro, un po’ defilato. Per non togliere spazi alla Toscana nel suo complesso, raccontata anche dalla videoinstallazione di Olivo Barbieri, col sottofondo onnipresente di elicotteri e il paesaggio toscano che appare in veste inedita, senza nulla concedere alla filosofia del cipresso.

La marea dell’Expo e i baoan che smistano

Si fa fatica a spiegare bene il concetto della marea di folla all’Expo di Shanghai. A un senese potremo fare l’esempio del Palio.  O ad altri, la folla degli stadi. Ecco: moltiplicate tutto per tante ma tante volte. Solo un certosino e capillare lavoro di canalizzazione delle transenne e di continuò lavorio di guardie e assistenti volontari, consente di indiriazzare la marea verso uno degli otto enormi accessi. E una volta entrati dentro in una sorta di camera di decompressione, c’è poi da rifare la coda per entrare in ogni padiglione, dopo essere sottoposti a controlli e perquisizioni identici a quelli degli aeroporti. Ogni mattina, addio accendino…
Colossale, in questi giorni, il serpentone al padiglione italiano. Che per presentarsi bello al mondo ha attinto a piene mani dalla Toscana. Una cupola del Brunelleschi aperta pende dal soffitto a spiegare i misteri della costruzione verticale, percepiti dal genio nostrano ben primi degli ingegneri dei grattacieli di Shanghai: e poi, Pinocchio intagliato all’impronta da esperti artigiani toscani; la Vespa della Piaggio made in Pontedera, un robot futuribile della Scuola Sant’Anna; la mostra di arte contemporanea del Pecci. E tutto questo, prima dell’apertura del progetto toscano che viene inaugurato giusto oggi.
Chissà cosa comprenderanno i cinesi in pellegrinaggio all’Expo della nostra terra? E più in generale chissà cosa li ha spinti verso questa sorta di Bignami del mondo? L’obiettivo, chiaro, è il successo dei numeri: nella metropolitana c’è uno schermo in ogni vagone che trasmette l’Expo-tv e ogni poco c’è l’aggiornamento del conto dei visitatori. L’impressione è che un’abile strategia di comunicazione voglia affermare almeno due concetti all’interno dello sterminato Paese dai mille volti: la Cina è cambiata, siamo i migliori e il mondo viene a renderci omaggio, venite a vedere e tornate più felici a casa. Viceversa: facciamo vedere al mondo che il mondo ci interessa e che veniamo in massa a rendere omaggio all’universo intero. La Cina, comunque sia, è il nocciolo duro di questo Expo, in cui tutti gli altri appaiono comparse. E in questo senso, vi è di che meditare: in tre anni a Shanghai hanno costruito metropolitane, monorotaie, aggiunto centinaia di grattacieli alla già enorme serie di colossi. Hanno migliorato la faccia del Bund, il prestigioso quartiere che guarda a Pudong, centro degli affari e delle grandi torri; hanno sistemato strade e grattacieli. Ma ci sono stati anche altri acorgimenti mica da poco: i vecchi taxi scassati non ci sono più. Tutti hanno l’aria condizionata, a palla, così che entri sudatissimo per il caldo torrido ed è come se ti rinchiudi in frigorifero. Quasi tutti gli autisti spiccicano qualche parola di inglese e quando proprio non capiscono, c’è un numero verde, il 962288, con operatori che operano la mediazione linguistica. Circolano, in giro migliaia di volontari con una fascia rossa al braccio: sono i volontari dell’Expo, una sorta di help desk diffuso per la città ad uso degli stranieri. E ai semafori, accanto alla guardia municipale, abbondano i “baoan”, anziani in divisa che smistano i pedoni ai semafori con fischietti e a suon di urla. Sono volontari, in divisa e nella nostra mentalità verrebbe di definirli “ronde”. Ho l’impressione che sia qualcosa di più e di diverso: una sorta di assegnazione di un ruolo, di un riconoscimento sociale.  Magari dietro a questo ruolo dei volontari si nascondono altre cose. Ma in superficie, in questi primi giorni di Shanghai, questa condivisione diffusa del grande evento la si percepisce e, quantomeno, fa riflettere. Basta un pass dell’Expo attaccato al collo e la gente ti saluta perfino per strada. E’ successo anche a me, come se tutti fossimo attori impegnati in uno sterminato set, di cui si percepisce la forte mano del regista.