
Una quarantina di politici intervistati tra la diretta dalla Sala Pegaso di Palazzo Strozzi Sacrati e il “dentro il voto”, a sera, nello studio di Toscana Tv. E tutti, ma proprio tutti, i veri vincitori e gli oggettivamente sconfitti, sono riusciti a trovare uno spunto per dichiararsi un po’ vincitori. Eppure ha senz’altro vinto Enrico Rossi, così come la Lega e l’Italia dei Valori. Invece, mi sembrava di essere ad un tavolo al circolo Arci, dove si gioca a “vinciperdi”, con il piglio sicuro di chi sa maneggiare le carte. Solo che stavolta, in questo dopo-voto, si gioca con una cosa da maneggiare con cura, ma proprio con tanta attenzione: si chiama democrazia. Perchè il fatto che in Toscana quasi il 40% di cittadini abbia deciso di non votare, è fenomeno che si insinua fin dentro il dna di gente che ha sempre masticato civismo, a qualunque parte politica ritenesse di appartenere. A me fa paura questo astensionismo a effetto tsunami e anche il fatto che nell’ambito della liturgia del dopovoto, questo allontanarsi della democrazia non diventi il tema dominante. E soprattutto si eviti di addentrarsi nei meandri di un’analisi che non può che mettere in evidenza l’assurdità di una campagna elettorale giocata più sui presenti scandali, sulle presunte e non esplicitate intercettazioni, che non sui problemi quotidiani di gente assediata dalla crisi fin dentro l’uscio di casa. I politici di professione bolleranno pareri come questi con il timbro del “populismo d’accatto”. Io sono convinto che in quel 40% ci siano tanti, ma proprio tanti, ammalati di passione politica, di speranze ripudiate, di entusiasmi traditi. Rincorrerli lungo la strada dei problemi reali da risolvere – almeno, due, tre, mica tutti… – diventa la sfida della politica di casa nostra, degli uomini e donne al governo o all’opposizione, non fa poi tanta differenza se non sul piano della responsabilità delle scelte.
Monthly Archive for marzo, 2010

Negli ultimi mesi, nei momenti in cui, realmente, la Toscana si è guardata dentro, fuori dai clichès consolidati e rassicuranti, o dalle esasperazioni dialettiche della campagna elettorale finalmente conclusa, sono emersi spunti lucidi e chiari sia nell’analisi dell’esistente che nelle dinamiche necessarie per un nuovo sviluppo. E’ successo, per esempio, con la presentazione del Rapporto dell’Irpet, Toscana 2030 e con la relazione del segretario della Cgil toscana, Alessio Gramolati, al congresso di Montecatini.
Gramolati ha, tra l’altro, sottolineato come la Toscana sia 20 punti sotto la media europea quanto a utilizzazione dei giovani con titolo di studio e come i redditi dei precari siano più bassi del 28%. Dati già di per sè inaccettabili. Poi ha inquadrato il trend dominante nell’approccio analitico allo status della regione:
Negli ultimi dieci, quindici anni, ha dominato nella società toscana un senso di appagamento motivato da una fase condizionata dalla rendita. Questo ciclo ha indicato la Toscana più come luogo di consumo che di produzione e innovazione. Quelli della seconda casa e non del primo lavoro, per intendersi.
Parole che a mio parere abbisognano di riflessioni profonde e senza più dogmatismi di parte.
Il rapporto Toscana 2030 dell’Irpet, pochi giorni prima di Gramolati, affermava che nel complesso pare minacciata quell’immagine di regione ad alto livello di benessere che la Toscana ha saputo conquistarsi negli anni e che l’ha vista posizionarsi sempre nella parte medio alta delle graduatorie nazionali sulla qualità della vita. L’incrinarsi di queste quattro certezze si concretizzerà nei prossimi venti anni nell’alterazione di almeno cinque equilibri dell’assetto regionale: quello fiscale, economico, sociale, quello del mercato del lavoro e l’equilibrio territoriale.
E quando si alterano gli equilibri, come direbbe il filofoso Catalano (scuola arboriana, non ateniese…), si creano squilibri. Vale a dire, proprio quei rischi che gli studiosi che contribuirono a far nascere le linee della programmazione regionale 40 anni fa, invitavano a scongiurare con una politica di riequilibrio territoriale.
Tra i tanti spunti sulle direttrici di marcia che sia Gramolati che l’Irpet hanno offerto – e che potranno esere utili anche al governo regionale che uscirà dal voto del 28 e 29 marzo – una cosa mi ha colpito: la Toscana, dicono entrambi, si salva se diventa una grande rete di città. Se supera i municipalismi salvaguardando le singole identità. Dice Gramolati: Serve una solida regia regionale che alla nuova cultura del governo locale sia di guida e di sostegno attivo, in un grande progetto territoriale dove i pilastri siano lavoro, impresa, infrastrutture e paesaggio.
Ecco, nel momento in cui lascio www.intoscana.it, il Portale al servizio del sistema toscano, che ci siamo sforzati, insieme alla redazione, in questi tre anni e mezzo, di interpretare come una rete di persone, di città, di idee, da raccontare e “illuminare” nel grande mare della Rete, mi piacerebbe, da lunedì, nella mia nuova dimensione professionale di direttore di Toscana Tv e cooordinatore delle produzioni regionali delle tv del Consorzio Internews – che è già una rete realizzata delle tv delle città – poter raccontare le dinamiche di una Toscana che cresce, che si avverte sempre di più, davvero, come una grande rete di città. E senza più i giovani in sala di attesa.

Sul sito www.t-shirtitalia.it si vendono grembiuli umuristici o presunti tali, e souvenir. Per esempio, c’è un grembiule da cucina con Mussolini – e qui non capisco proprio dove stia l’umorismo… – Poi, culturisti e belle donne in guepierre. E poi, lui, il grembiule con il David sconcio, che si può portare a casa con 10 euro. Ora, quello stesso grembiule lo si ritrova in tante, ma proprie tante, bancarelle, del mercato tipico fiorentino di San Lorenzo. Insieme – come hanno sollineato anche in Comune – con la maglia di Del Piero, che di tipicità fiorentina non si capisce cosa abbia, o della statuetta della Torre di Pisa. Insomma, il mercato tipico di San Lorenzo, non è affatto immune da quella cultura del “non luogo”, che in termini di souvenir, significa che massicce produzioni di ciarpame globalizzato, si insinua tra bancarelle che invece proprio della tipicità fiorentina dovrebbero fare vanto e business.
Si può anche scegliere la strada globalizzata, senz’anima, che fa accumulare paccottiglia su bancarelle che dovrebbero invece esaltare l’artigianato e la creatività fiorentina. Basta non vestire una volta la maglietta della tipicità e un’altra quella del ciarpame senza identità. E per giunta di Del Piero.

Stamani avevo fortissimamente bisogno di trattarmi bene. Così ho deciso di prepararmi un’orata al forno. E per il gusto, anche, di fare la spesa in un’atmosfera piacevole e colorata, sono andato al Mercato in San Lorenzo. Ho girato tutti i banchi del pesce e su tutte le orate era riportata -correttamente – la provenienza. Erano tutte orate greche. Ora, non che io abbia nulla contro la Grecia, ma ho deciso di spostarmi su un altro prodotto, perchè visto che siamo un Paese inzuppato nel mare, non dico di avere a portata di mano orate made in Tuscany, ma perlomeno italiane. Così ho provato con il tonno: belli a vedersi, nei tranci che parevano bistecche. Ma su tutti, campeggiava il cartellino: “pinna gialla”. Sapevo che voleva dire, ma -ancora correttamente – il gestore di uno dei banchi del pesce mi ha precisato: “Roba dell’Oceano eh… il pinna azzurro e chi lo vede più?”. Bene, insomma, la mia voglia di pesce nostrano si è scontrata con questo Mercato dell’altro mondo, che purtroppo e ovviamente fa breccia anche in San Lorenzo. Mentalmente ho inscenato una protesta contro la globalizzazione alimentare e ho boicottato i prodotti non made in Italy. Abbandonata l’idea del pesce e ormai votato alla filiera corta, mi sono spostato sulla bistecca disossata. E stavolta era roba di casa nostra davvero. Ho aggiunto un paio di pomodori: “Puzzano ancora d’orto, stia tranquillo” mi ha detto il fruttivendolo. Insomma, ce l’ho fatta a trattarmi bene con prodotti di casa nostra. La bistecca era meravigliosa e i pomodori spettacolari, da non metterci nemmeno il sale. Domani vado al mare, in Maremma, e se trovo un’orata greca, la ributto in mare dentro una bottiglia, con un bigliettino: “Orate e buoi dei paesi tuoi”.

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