Monthly Archive for settembre, 2009

Page 2 of 2

4 settembre 1260, Montaperti

Nel ribollire di campanili che caratterizzano la Toscana, il 4 settembre 1260 per i senesi significa Battaglia di Montaperti e la sconfitta di Firenze. Una guerra che per Siena ravviva orgoglio e radici, memoria e amor patrio. La vittoria fu sottolineata, nel 1960, con un Palio straordinario, in occasione del 700° della Battaglia, che vinse la Civetta. Oggi, dopo 50 anni, il sindaco di Castelnuovo Berardenga ha lanciato l’idea di celebrare il 750° della Battaglia, nel 2010, con un altro Palio straordinario. Magari, nel 2060, verrà  proposto il Palio straordinario per l’800°. Che così diverrà , ogni 50 anni, il terzo Palio ordinario in aggiunta ai due canonici del 2 luglio e del 16 agosto. Il sindaco di Siena ha già  risposto che non è il caso. Al di là  della sottile – non troppo… – polemica tra i due primi cittadini, credo che la Battaglia di Montaperti meriti pace. Come tutte le guerre finite. A mio parere un Palio straordinario non aggiunge niente al significato che ha per tutti i senesi quella battaglia. Neppure aggiunge qualcosa al Palio.
Al di là dell’ipotesi, che spero non si concretizzi, di un Palio non-straordinario (visto che fu fatto già nel 1960), la Battaglia di Montaperti è stata interpretata magistralmente da Athina Cenci, fiorentina, che ha dato voce ad un testo di Mario Castelnuovo (il video è tratto da You Tube). In occasione di uno spettacolo senese al Santa Maria della Scala, qualche anno fa, con Athina Cenci purtroppo già ammalata, Mario interpretò la sua canzone e poi recitò anche questo testo, scritto da me: “La mia canzone è il lamento di una vedova della battaglia – disse -. Il testo scritto da Daniele Magrini è invece l’ultimo appello del suo uomo, che sta morendo in quella battaglia”. Lo scrissi perchè chi muore in guerra, anche vittoriosa, anche 749 anni fa, prima che essere un eroe, è un uomo che muore. Questo è il mio testo, di cui si comprenderà appieno il significato solo dopo aver ascoltato la bellissima interpretazione di Athina Cenci:

Montaperti, l’uomo che muore
Da quando mi son messo in questa impresa
perché nessuno è schiavo se non vuole
e ho dato la mia spada, il braccio e il cuore
al signore ghibellino e al suo coraggio,
io sento dentro il petto un’emozione
che non riesco bene a trattenere.
Da quando uscimmo all’alba tutti fieri
dalla porta del Santo che arrivava,
il rullo del tamburo era più forte
e dava ardore al mio convincimento,
pensavo con il sole dentro gli occhi
a te e al nostro nido in Finimondo.
Laggiù tra i rossi fiumi dello scontro
aspettano i nemici già schierati
E’ l ’ultimo assalto per la storia,
ma mentre sogno di tornare a casa
come posso spiegarti, amore mio,
che farei anche a meno della gloria
Ti vedo a Montaperti dentro il fumo
che si alza dai cavalli imbizzarriti
Ti cerco nel chiarore di quel cielo
col manto della Vergine già steso
Mi parli piano piano dolcemente
e intanto la mia lancia fa la guerra
Mi cerchi dalla cima di una torre
per raccontarmi l’ansia che t’assedia
E preghi tutti i santi che io torni.
Ti bacio proprio ora, donna mia,
mentre sento quel ferro dentro me
Mi scava, mi rivolta e non mi lascia
Spalanco gli occhi e vedo il tuo sorriso
per l’ultima volta mentre grido
in alto su nel cielo, che mi manchi.

Messa beat a Prato, meno male che era il 1969

Si chiamavano il Gallina, il Beta, il Bagheo. Soprannomi di ragazzi, come tanti altri. Nel 1969. Loro facevano parte di un complessino musicale, che un giorno del febbraio 1969, passò a suo modo alla storia. Ebbero infatti idea di portare in chiesa, a Cafaggio, per la messa della domenica, basso, chitarra e batteria, realizzando otto brani musicali, adatti all’occasione. Fu la prima Messa beat. Ne parlarono giornali e tv in tutto il mondo. Il video tratto da You Tube, ci riporta alle atmosfere in bianco e nero dell’epoca. Il complessino Reg Group, quaranta anni fa riuscì a cogliere l’attimo giusto non tanto per un effimero momento di celebrità, ma per una testimonianza appassionata e piacevole di come anche nella ritualità cattolica il vento appena spirato del ‘68 potesse apportare qualche granello di nuovo. Senza stravolgimenti, ma con quella fantasia che a quel tempo riuscì a cogliere il senso della trasgressione possibile, senza eccessi. Monsignor Fiordelli, vescovo pratese per 37 anni, fu intelligente e accorto patrono dell’occasione. Dette il permesso per quella prima messa beat, con quella stessa sagacia che gli ha consentito di essere amato e rispettato dai suoi concittadini. Scomparso nel 2004, Monsignor Fiordelli fu grande figura della Prato moderna, seppe accompagnare il boom di una città che cresceva tra telai e immigrazione senza strappi. Se non nel 1956, quando definì “concubini”, una coppia che si sposò con rito civile.
Oggi, i ragazzi di Reg Group sarebbero diventati facili protagonisti di mille salotti televisivi. Preda delle stesse domande, degli stessi ammiccamenti, degli stessi fantasmi urlanti in cerca di polemiche ad ogni costo. C’è da giurare che sarebbero stati al centro di vocianti diatribe tra conservatori dei tradizionali inni di gloria e fans del nuovo sound ecclesiale. Meno male che l’idea della Messa beat l’ebbero 40 anni fa. Meno male che si era nel 1969. Circostanza che consente, oggi, di godersi solo il simpatico revival, domenica mattina, 6 settembre, nella chiesina di Cafaggio a Prato.

Dopo le ferie, un aiuto per il nuovo cammino

Antonio Machado è un poeta, un grande poeta spagnolo, di Siviglia, una città  che amo in particolare. Fu un fiero avversario del Franchismo nascente. Morì nel 1939. In questi giorni di ripresa post-feriale, in cui il ritorno alle attività  lavorative, è un po’ come rimettersi in marcia, mi è venuta in mente una sua poesia, “Caminante”, bellissima in spagnolo e anche nella traduzione in italiano. Rileggerla insieme è una specie di corroborante per il cammino di una nuova stagione che speriamo sia più lieve della precedente e di ripresa reale. Il video, da You Tube, offre una bella lettura musicale della poesia, da parte di Joan Manuel Serrat, grande cantante catalano, anche lui poeta. La canzone è tratta dall’Lp di Serrat che si intitola “Dedicado a Antonio Machado”.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada màs;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atràs
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino
sino estelas en el mar…

(Antonio Machado)

Tu che sei in viaggio,
sono le tue orme
la strada, nient’altro;
Tu che sei in viaggio,
non sei su una strada,
la strada la fai tu, andando.
Mentre vai si fa la strada
e girandoti indietro
vedrai il sentiero che mai
più calpesterai.
Tu che sei in viaggio,
non hai una strada,
ma solo scie nel mare.

Una lettera-recensione su "L'ultima trasmissione della notte"

ultima-trasmissione-della-notte-alla-festa-pd-di-siena-29-ago-2009

Carissimo Daniele

ho finalmente letto il tuo “L’ultima trasmissione della notte” e penso sia più giusto e più bello farti qualche commento per iscritto, e non a voce, perchè … scripta manent, anche in quest’era internettiana, ed è piacevole che rimangano soprattutto se sono condividenti e di approvazione entusiasta.

Non solo ho letto e mi ci sono commosso (ebbene sì non soltanto a cinquantanni ma anche a più di sessanta si può piangere!), ma l’ho anche riletto tutto, sottolineando frasi e brani e, per colmo di coinvolgimento, ricommuovendomi.

Non è il valore di un libro in sè nè il valore dei suoi contenuti nè tantomeno l’importanza della vicenda, ma come tutto ciò viene espresso – divulgato – raccontato – con-vissuto.
E’ nell’empatia che l’autore riesce a creare tra sè (e i suoi personaggi) ed il lettore che, a mio umile giudizio, sta il valore vero di un’opera.
Ma non solo: quando si conosce, o si crede di conoscere, l’autore si cercano nelle righe e tra le righe le sue idee – i suoi modi di essere e di esprimersi – le sue esperienze.
E qui è la meraviglia, la magia, l’emotiva compartecipazione.
Non è il Daniele Magrini che io credevo di conoscere, diplomatico – comprensivo – “uomo di mondo” – schivo alle emozioni ed ai coinvolgimenti troppo esasperati – appartenente ad una vecchia sinistra – dotato di vari strati di “corazza” atta a nasconderne il più possibile idee e sentimenti.
No! Viene fuori un uomo profondamente diverso, capace di trasferire emozioni, di trasmettere ideali e financo utopie, di narrare e descrivere (come se li vivessimo, e li abbiamo vissuti prima o poi tutti, tutti insieme) atti e pensieri umani – istintivi – gioiosi – tristi – entusiasmanti – drammatici – dolorosi – fantastici.
Emergono aspetti inediti e imprevisti dell’animo dell’autore, una conoscenza insospettata della musica degli ultimi trentanni che mi ha sorpreso e invogliato ad approfondire (per esempio andrò ad ascoltarmi meglio la canzone di Jovanotti “Mi fido”), insieme a riferimenti a luoghi – persone – avvenimenti non sempre riconoscibili da tutti ma per tutti percepibili come emozionanti vissuti.
Da quel Giglio così vero, così tenero e così vivo anche per me che ci sono stato soltanto una volta, ma ci ho riconosciuto luoghi e tempi come se li rivedessi vivi e concreti insieme a te davanti agli occhi (non ultimo quel piccolo albergo abbarbicato sulle rocce a destra del porto, quasi appartenente al mare circostante).
Come quell’allusione al palio, alle gioie anche effimere che può dare e ai dolori che può arrecare, che in tantissimi non percepiranno ma che salta all’occhio per chi ha vissuto quei momenti particolari.
Come il messaggio di speranza che promana da tutto il libro, attraverso tanti piccoli e grandi particolari, e che si sintetizza in questo tambureggiante “yes we can”.
Ecco qui è la meraviglia più grossa: ci ho sentito dentro un grande sogno, che va ben a di là dello stretto ambito di una vita, che si muove in spazi che forse non sono più neppure soltanto terreni, pur mantenendo e confermando l’importanza e la centralità dell’uomo (inteso come “faber fortunae suae”!).
Ho voluto percepire (non arrivo a tanta superbia da poter affermare che è il pensiero vero dell’autore) quasi un discorso di trascendenza, pur immersa in un “oggi” concreto e attuale, che è poi l’orizzonte obbligato della speranza.

Non posso quindi, per concludere, che ringraziarti per molte ragioni: per avermi (averci, perchè anche Cristina l’ha divorato con grande piacere) coinvolto in una gradevole e festosa avventura, per avermi mostrato il lato più vero e “indifeso” dell’autore, per avermi fatto scoprire messaggi musicali a me ignoti, per avermi ricordato frasi e pensieri a me molto vicini per simpatia e condivisione (da Gibran a Luther King, a R.Kennedy ed a tante altre citazioni), per avermi fatto sentire coinvolto proprio da così tante citazioni (io che di aforismi e frasi, come tu sai, sono un appassionato collezionista), per questo tuo essere vero fino in fondo.

Un caro saluto

Francesco

(Francesco Dolcino è, tra l’altro, autore di deliziose raccolte di aforismi.
La foto è riferita alla presentazione del 29 agosto 2009, alla festa del Pd di Siena, con il dialogo tra e me e Giuseppe Bonura
)