Monthly Archive for settembre, 2009

Quella certa Toscana che regala il sorriso

C’era, e c’è ancora, una certa Toscana che sa far ridere. E sa farlo senza volgarità, senza ammiccamenti modaioli o forzature. E’ una certa Toscana che appare erede diretta di Monicelli, che offre delle punte di genialità universale in Roberto Benigni, e poi tanti protagonisti di grande livello. Sconosciuti negli anni Settanta, fino agli anni Ottanta si sono fatti le ossa in mezzo ai teatri della Piana. Rilanciati dalle prime tv fiorentine con programmi storici come “Aria fresca”, hanno conquistato la ribalta nazionale negli anni Novanta.
Panariello, Pieraccioni, i Giancattivi, ma anche il grande Carlo Monni, per esempio, seppure lui sempre lontano dalla rilbalta generalista. Con Carlo Conti a fare da collante e apripista, questa certa Toscana regala da anni sorrisi sereni.E quando tornano a casa, quello che è bello, è che li senti ancora genuini, poco o per niente inquinati da quell’aria salottiera e radical chic, così tipica dei personaggi televisivi. A chi ha avuto la fortuna di seguirli, sabato sera a Campi Bisenzio – c’erano Panariello, Carlo Conti, Pieraccioni e Alessandro Benvenuti – sono apparsi ancora intrisi di quell’ironia popolare che tanto ha a che fare con l’arguzia delle nostre campagne. Semplici nelle loro battute, sinceri soprattutto nel moto di adesione a quella serata in memoria di uno di loro che non c’è più: Andrea Cambi. Quando si spengeva la luce sul palco, e i quattro personaggi rimanevano da soli con le proprie emozioni, in tanti hanno notato commozione trattenuta a stento. Sentimenti veri, insomma, vissuti senza sovraesposizioni, come dovrebbe essere sempre. Una piccola lezione di come si può essere personaggi e restare uomini. Una serata che lascia sperare in un esito positivo di quell’ideuzza manifestata da Carlo Conti nell’intervista a Simona Bellocci: ridare vita ad “Aria fresca”. Ce n’è bisogno. Come l’ossigeno.

La paura della povert

Economia3, il forum sull’economia che si è tenuto a Prato, ha consentito di confrontarsi e di approfondire le tematiche della crisi contingente e le prospettive di più a lungo termine. Grandi economisti, Premi Nobel, imprenditori e politici, hanno proposto le proprie analisi e le proprie riflessioni in un dibattito serrato e a più voci di indubbio interesse. Solow, Duttra, Boltho, solo per citare alcuni nomi tra i più titolati dei partecipanti.
Nell’ultima sera di Economia3, a cena, in un ristorante in Piazza San Francesco, all’aperto, in un settembre ancora mite, c’è stato un altro dibattito, non previsto nel programma. Direi una prolusione involontaria. Il nome del relatore non lo conosco. Indossava un paio di pantaloni marroni, una maglietta a maniche corte e sopra un gilet. Si è messo seduto su una sedia posta accanto alla porta del locale. In silenzio. Il titolare del locale si è avvicinato e ho sentito che si informava sulla sua salute, su come era andata la giornata. Poi, ho sentito distinamente: “Hai mangiato?”. E il “relatore” non previsto ha detto: “Sì, grazie, oggi è andata bene”. Poi hanno continuato a parlare. Non li sentivo granchè, fino a quando il “relatore” ha pronunciato parole che ho distinto meglio: “Che vuoi – si è rivolto al ristoratore – oggi in Italia, non c’è nessuno più odiato di noi poveri, perchè facciamo paura”.
Quel signore, il “relatore” aggiunto del forum sull’economia pratese, non aveva la parvenza di un povero, per come ce li siamo potuti immaginare per tanti anni. Non aveva nulla di estremo, di diverso: forse non indossava vestiti firmati, ma era pulito, non così dissimile da noi che eravamo seduti al tavolo pronti a pagare il conto. Forse per questo aveva ragione, anche sulla faccenda dell’odio: la paura di una povertà vicina, insinuante, possibile, rende difficile accettarli, i poveri. Perchè da un giorno all’altro, tanti di noi potrebbero assomigliarli. E se non ci si rende conto della povertà dietro l’angolo, sarà sempre difficile poter tornare a produrre ricchezza senza diseguaglianze.

Margherita Hack, in scena il coraggio dell'indignazione

 

 

Margherita Hack ha 87 anni e per una vita ha così studiato a fondo le stelle, da capire gli uomini più di quanto gli uomini capiscano se stessi. E da comprendere, così, che in un’era che non concede nulla all’ottimismo della speranza, ci voleva una donna di quasi 90 anni per mettere in scena il coraggio dell’indignazione. Sì, perchè la signora delle stelle è salita su un palcoscenico. Tremolante come una pianta sbattuta dai venti, insicura e perfino – sembrava – malferma sulle proprie gambe. Eppure, così forte, è apparsa a chiunque fosse stato giovedì sera dentro la bomboniera piccola del Metastasio, a Prato. E abbia così avuto la fortuna di seguire le parole, dolorosamente rabbiose, di Margherita e la poesia musicale, venata di rabbia, di Ginevra Di Marco. Hanno cantato storie di un’Italia che c’è e sembra non esserci più. Storie di migranti che hanno battuto lo scetticismo di un’America antica e avara verso gli italiani; storie di contadini di Maremma e della fatica della terra. Storie di guerre inutili, di emarginati che muoiono in fondo al mare di Sicilia, senza che nessuno badi poi tanto neppure alle statistiche. Margherita, seduta su una panchina, ha issato più volte un bastone, come per difendere le libertà perdute, i valori dormienti, le radici dimenticate, il fatto che i crimini rimangano tali e non condonati ad personam. Ora finiamo il raccolto – ha cantato Ginevra Di Marco – che poi si “merenda”, facendoci balenare le nostre campagne antiche, così dure da coltivare, così dolci alla fine della giornata, quando appariva un po’ di vino, il pane, e il prosciutto appena stagionato. Margherita ha messo a nudo il coraggio della propria personale, quasi solitaria,indignazione, Ginevra ha dato voce alla memoria. E alla fine, una sola domanda mi balenava in testa: come è successo? Come è potuto succedere, in pochi anni? Come è stato possibile che tutto appassisse come seccato dalle fiamme della volgarità e del profitto individuale? Come si può provare vergogna per il nostro silenzio, di fronte all’urlo intriso di civiltà di una signora di quasi 90 anni? Eppure è successo. Così che, di fronte al teatro della verità, puoi solo consolarti per l’emozione di una ragazza – anzi, di una “figliola”, come ha cantato Ginevra Di Marco – che a fine spettacolo affida la sua candida emozione ad un grido: “Margherita, sei un mito”. E poi aggiunge: potessi abbracciarla. Mentre Margherita, tremolante, lascia il palcoscenico e torna tra le stelle.

L'addio ai par

martin-fortunato1

Resterà per sempre, nella memoria collettiva dell’Italia che ha partecipato ai funerali di Stato dei parà uccisi a Kabul, l’immagine di Martin Fortunato che accarezza la bara del padre (la foto è gentilmente concessa dall’Ansa). Nella grande Basilica romana di San Paolo fuori le mura, assiepata da migliaia di persone, e tante altre erano all’esterno, il piccolo Martin, 7 anni, ha lasciato la sua sedia dove assisteva alle esequie accanto alla mamma, è passato davanti alle autorità dello Stato, e si è portato vicino alla bara del padre Antonio. Ha guardato la foto, si è chinato, verso la bara, l’ha accarezzata, poi si è coperto gli occhi, prima di tornare al suo posto.
Resterà questo gesto, così intenso e profondo, a segnare il confine tra il momento della commozione e la continuità dell’esistenza per chi resta. Martin ha anche avuto la forza di stare accanto all’ex parà, Gianfranco Paglia, sulla sedia a rotelle dopo essere stato ferito in Somalia e oggi deputato, che al termine della funzione religiosa, ha letto la Preghiera del Paracadutista. Il grido “Folgore” ed un lungo applauso, prima del suono del silenzio, hanno chiuso la cerimonia, nel corso della quale una persona si è impossessata del microfono, gridando più volte “pace subito”.
Ora che, dopo l’addio, dei parà uccisi a Kabul non rimarrà che il ricordo, c’è bisogno di certezze per Martin, per la sua famiglia, per le famiglie degli altri parà uccisi. Siena, sede della caserma della Folgore “Bandini” ieri in lutto cittadino – come Sesto Fiorentino dove viveva Massimiliano Randino – ha fatto risuonare i rintocchi del campanone della Torre del Mangia a lutto. La Lega tumori ha lanciato l”iniziativa di una borsa di studio per Martin Fortunato. Per lui, per tutte le altre famiglie, la speranza – e il dovere – è che lo Stato, e tutti noi che di questo Paese siamo i cittadini, non dimentichi.

Per i ragazzi della Folgore

Mentre scrivevo la breve cronaca per intoscana.it sul ritorno in Italia delle bare dei ragazzi della Folgore uccisi a Kabul, mi sono reso conto di un refuso. Ho scritto che la camera ardente era stato allestita, non al Celio, ma al cielo. A volte un refuso parla più di una parola corretta. Perchè il cielo, per la gente della Folgore, è come una casa. Stamani il silenzio che avvolgeva l’aeroporto di Ciampino, fuoriusciva come un urlo insopportabile dallo schermo della televisione. E quando il presidente della Repubblica ha toccato quelle bare, io personalmente ho avvertito chiaro il senso dell’identità nazionale. Mi sono tornate alle mente, con rabbia, proprio vedendo le bare di quei ragazzi della Folgore morti a Kabul, le parole di chi professa da anni la secessione dell’Italia. Di chi parla di Padania, e lo fa da ministro della Repubblica, senza che nessuno si indigni. Io ringrazio i parà uccisi a Kabul, la Folgore, perchè mi hanno fatto sentire un po’ più italiano. Nonostante tutte quelle assurde titubanze che a noi, gente di sinistra, la parola “patria”  ha sempre erroneamente provocato.
Forse ho sentito di più questa tragedia, perchè la gente della Folgore un po’ la conosco. L’ho conosciuta a Siena, ne ho apprezzato l’impegno su fronti umanitari anche più casalinghi rispetto alla missione a Kabul. Uno di loro, in particolare, un ufficiale della Folgore, è anche un amico, una persona che ha frequentato la mia casa, la mia famiglia. L’ho visto prendere in collo e giocare con mia figlia, divertirsi come un bambino con il mio cane. Non ci vediamo da tempo, ma giovedì ho avuto paura di sentire o leggere il suo nome. Penso quanto stia soffrendo in questo momento, ben più di me. Gli sono vicino.

Toscanalab, tra "visitattori" e "utonti", il futuro nelle mani

Il “visitattore” è il nuovo turista consapevole che nel web 2.0 si abbevera di spunti per i propri viaggi. L’”utonto” è l’utente della Rete sul quale testare al meglio le innovazioni e il trend futuribile. Si è giocato anche con la parole al Barcamp che ha chiuso Toscanalab, la due giorni organizzata da Fondazione Sistema Toscana a Palazzo Strozzi. Ma la “non conferenza” è stata soprattutto una formidabile ribalta di idee. Una sorta di “open concept”, che ha aperto squarci di futuro presente e consentito un cocktail senza formalismi e barriere tra decine e decine di persone unite dalla mentalità 2.0, ma soprattutto dalla voglia di misurare il proprio talento o di apprendere il talento degli altri.
Nella tavola rotonda del giorno prima, tra i tanti spunti offerti da Luca De Biase, Carlo Infante, Carlo Sorrentino, Giuseppe Burschtein e Paolo Barberis, proprio il presidente di Dada aveva lanciato un appello: “Sosteniamo le start up dei giovani, dei venti-trentenni, perchè il futuro ce lo possono insegnare loro”. Il Barcamp del giorno dopo ha confermato. Che dire, per esempio, della augmented reality illustrata da Cristian Contini, con la Nokia già al lavoro su un paio di occhiali che, collegati al telefonino, potrebbero consentire di trasformare una parete di casa – o il cielo – in un grande spazio di proiezione? O di avere informazioni dal vivo su una persona, se li inforchi quando la incontri? Strumenti perfino inquietanti di una nuova era di relazioni guidata dalla tecnologia. E come commentare, se non spalancando la bocca – un po’ come un “utonto”… – il Virtuymall realizzato dai ragazzi aretini di Esimple, grande centro commerciale in web3d, dove si può acquisatre on line visitando negozi e vetrine. Insomma, tanti spunti, sapientemente mixati dalla regia di Mirko Lalli, di fronte ai quali, vien voglia di continuare. Di non mollare contatti, spunti e confronto. Toscanalab è finita. Le idee, per fortuna, no.

Toscanalab, tra territori, Rete e FIL (Felicit

toscanlaab

 

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Toscanalab, la due giorni sulla comunicazione digitale organizzata da Fondazione Sistema Toscana, a Firenze a Palazzo Strozzi, che è servita anche per anticipare il restyling di www.intoscana.it, ha visto un’alta partecipazione e tanti interventi interessanti. Due, in particolare, li ho sentiti decisamente in sintonia con le cose che penso e che spesso fanno capolino anche in questo blog.
Luca De Biase Il direttore di Nova24 ore ha sottolineato in particolare la convergenza naturale tra il territorio che è una rete – di persone, di lughi, di attività, di strade – e Internet che è la Rete per antonomasia, di conoscenza delle persone, dei luoghi, delle attività etc.

TERRITORIO – RETE – PERSONE

Questa la triangolazione perfetta evidenziata da De Biase, che ha anche sottolineato come un progetto di comunicazione quale quello di Fondazione Sistema Toscana, da intoscana.it al sito turismo.intoscana.it, ai siti del le “alleanze” del network, Trool e Zoes, alle attività di social network, che – tutte insieme – mettono in rete le persone, rappresenti di per sè una di quelle buone notizie che non abbondano invece sui media abituati alla cattive notizie: “ll tema di cui stiamo trattando – ha detto De Biase – non è tecnologico, anzi è un tema di cultura, sociale, di nuove convergenze all’insegna di un equilibrio di vita che sia anche, nel senso più completo del termine, sostenibile. E tutto questo è valore”.

Carlo Infante libero docente di Performing Media, ha sottolineato come la Rete stia sempre più diventando, perchè territorio di relazioni e di conoscenza libero e sterminato, uno dei presupposti di quella nuova metodologia di misurazione anche economica che è non più il Pil (Prodotto Interno lordo) ma la

FIL Felicità Interna lorda

Un valore aggiunto di vita, del quale proprio l’Italia potrebbe essere uno dei Paesi di maggiore applicazione. In questo quadro la Rete è un possibile moltiplicatore di Fil, perchè rende più semplici le relazioni, e non è un caso che proprio gli italaiani siano tra i più numerosi frequentatori di Facebook.
Infante ha sottolineato anche come la Rete sia l’infrastruttura digitale più naturale anche per la fruizione tevivisiva, senza bisogno di digitale terrestre. Tema superato, purtroppo, da scelte già compiute nell’nteresse di pochi – i soliti – a danno di tutti.

Tutte le strade (della comunicazione) portano a "Voglio vivere cos

Nei mesi scorsi la Regione Toscana ha scelto gli asset portanti della campagna di comunicazione legata al turismo. Una campagna innovativa, in gran parte legata alla Rete e alle modalità Social; che diffondesse nel mondo un’immagine che non abiurasse la tradizione ma fosse in grado di evocare futuro. Una campagna che, soprattutto, trasmettesse un messaggio: venire in Toscana significa non solo fare una vacanza ma compiere un’esperienza di vita, completa, accattivante, profonda, tale da lasciare tracce di soddisfazione e appagamento interiore. Tanto da indurre gli ospiti a pensare, almeno una volta: vorrei vivere così. Fu scelto come gingle, o meglio colonna sonora della campagna e degli spot, un brano come “Voglio vivere così”, antica canzone di Tagliavini, perchè in fondo riassumeva in modo semplice ed efficace, il gusto di una Toscana non da “bere”, cioè da consumare in fretta e furia, ma – appunto – da vivere.
Evidentemente tutte le strade della comunicazione portano alla stessa canzone. Perchè per far vivere la nuova domenica televisiva su Canale 5, a Mediaset hanno scelto come colonna sonora, proprio “Voglio vivere così”. Visto che la Toscana ha scelto per prima, c’è da pensare che sarà  la Toscana a godere dell’effetto subliminale di rimbalzo del leit motiv di Tagliavini.
Semmai c’è da riflettere sul perchè¨ la più innovativa campagna di comunicazione fatta da un’istituzione in Italia e la campagna di lancio del nuovo palinsesto di punta della tv del Biscione, rimandino entrambe ad una stessa, antica canzone. Forse perchè la semplicità , in fondo paga sempre. Forse perchè tra un complicato gingle raffinatissimo e trendissimo – avete presente quelli delle pubblicità  dei profumi francesi, così supponenti e superchic? – ridondante sonorità  supermoderne, un messaggio alla portata di tutti, può ancora oggi, per fortuna, essere più efficace. “Voglio vivere così” è in fondo il modo più semplice e chiaro per far sognare ognuno di noi il proprio modello di vita, o almeno sprazzi di essa. Magari – per quanto ci riguarda – nonostante la bellissima Barbara D’Urso, meglio immersi nella campagna toscana anche in questo piovoso fine-estate, che non attaccati alle tv di Mediaset. Oppure, meglio ancora: in giro per la Toscana con la splendida Barbara D’Urso. Peccato che lei avrà da fare in tv.

La globalizzazione vissuta sulla propria pelle, il prossimo libro di Edoardo Nesi

Diventare assessore non distoglie Edoardo Nesi dalla scrittura. Uscirà presto il suo prossimo libro – Nesi ne parla nell’intervista video – e sarà una sorta di saggio sull’economia in chiave personale. Nesi racconterà le vicende della sua famiglia a Prato, il boom del telaio e poi la crisi del tessile, l’imbarbarimento dei mercati internazionali stravolti dal mancato rispetto di ogni regola, l’avvento della globalizzazione. E soprattutto l’irruzione di tutto questo nella dinamica di vita delle persone, di una città, i cui ritmi dell’esistenza, le abitudini, le certezze, vengono di fatte stritolate in nome e per conto, appunto, della globalizzazione, “della quale – ha detto Nesi – a Prato non riusciamo proprio a comprendere gli effetti positivi”. Il sapore di cui sarà pervaso il libro lo si è potuto gustare a mo’ di antipasto ieri a Firenze. Nesi è infatti intervenuto alla presentazione di “Economia3″ il Forum sull’economia che si terrà a Prato dal 24 al 27 settembre, e ha fatto riferimento all’intervento di Alberto Alesina: “Ricordo – ha sottolineato Nesi – che l’economista fornì una sorta di ricetta per l’uscita dalla crisi, dicendo che Prato doveva riservarsi una nicchia di mercato. Di eccellenza, di qualità. Ecco, in quella nicchia Prato non c’entra, questo è sicuro. Non è quella la strada”. Un’indicazione, semmai, l’ha già data Lamberto Gestri, Presidente della Provincia di Prato, proprio nell’attribuzione di deleghe all’assessore Nesi, incaricato di seguire lo sviluppo economico e la cultura. Sintesi e metafora di una nuova progettualità che appare indispensabile. E non solo a Prato.

Ritornare a Viareggio, in via Ponchielli

L’area attrezzata per i giochi dei bambini, davanti a via Ponchielli, a Viareggio, è desolatamente vuota. Recintata. Nel gazebo gli annunci di dolore o di protesta. Mazzi di fiori, peluche stanchi provati dal caldo e dalla pioggia. Le altalene sono ferme, gli alberi cavi anneriti dal fuco che li ha invasi, come fossero stati lanciafiamme. I mezzi dei vigili del fuoco presidiano l’area chiusa. Dentro, nella via scempiata dall’esplosione del 29 giugno, si lavora a rimuovere i pannelli di eternit. Operazione delicata e pericolosa. Dalla stazione, appena al di là dei caseggiati distrutti, arriva l’eco degli arrivi e delle partenze dei treni. Passeggiando dentro la via che non c’è più, si avverte una strana sensazione alla gola. Forse frutto di suggestione, forse effetto ancora dei fumi della combustione.
Il sopralluogo del presidente della Regione Claudio Martini, nelle vesti di commissario alla ricostruzione, fa prendere atto di quanto profonda sia ancora la ferita lasciata da quel rogo improvviso e devastante. Nella casa d’angolo, quella della famiglia Piacentini, distrutta, la finestra del piano superiore lascia intravedere l’interno dell’appartamento. Non c’è nulla, se non un armadio addossato ad una parete, che pare risparmiato dal fuoco. Gli sportelli, le ante, appaiono intatti. Anche se quell’armadio non ha più nulla da custodire.