Monthly Archive for aprile, 2009

Se la storia ti piove addosso

Un dipinto donato da Renato Guttuso a Giovanni Spadolini

A Pian dei Giullari, come tante altre realtà un po’ nascoste dei beni culturali del nostro Paese, oggi, domenica 19 aprile, si apriranno le porte della Fondazione Spadolini, della casa dove ha vissuto Giovanni Spadolini. Ho avuto la possibilità di visitare questo luogo qualche giorno fa, per un’intervista al professor Cosimo Ceccuti, che andrà in onda in una trasmissione sul 25 aprile che la redazione di intoscana.it sta preparando. La sensazione, mentre visitavamo le stanze accompagnati dall’appassionata guida del professor Ceccuti, è che la storia ci stesse piovendo addosso. Io e il mio cameramen ci voltavamo da una parte e incontravamo un dipinto donato da Guttuso a Spadolini; nella parete accanto un altro quadro, stavolta – sorprendente – di Dino Buzzati. E poi, tante ironiche memorie di Mino Maccari, opere di Morandi, di Fattori. Una meraviglia di libri, di opere originali da Napoleone in avanti. Un’opera regalo di Mitterand accanto ad un vaso di caramelle dono di Reagan: ironico e voluto l’accostamento. Tanti i cimeli legati a Garibaldi, le foto con tanti grandi personaggi del Novecento, perfino i quaderni di Spadolini bambino. E poi le tante vignette di Forattini, fino all’ultimo omaggio in punto di morte. Sulle scale, in una teca chiusa, le prime bandiere d’Italia, con il verde scolorito ridotto quasi a giallo. Eppure così nitida metafora di quanto il nostro Paese sia oggi – come quelle bandiere – scolorito. Tra i libri, tra i quadri, dalle pareti della casa, quello che trasuda è il senso di un valore che appare oggi disperso: l’appartenenza ad un Paese che dall’arretrata situazione di un’economia povera e contadina, era riuscito nel corso di decenni ad emanciparsi ed a costruire una propria economia credibile. In quei processi di crescita, Spadolini, come tanti altri politici della cosiddetta Prima Repubblica, era immerso e fu protagonista di primo piano, non senza contraddizioni. Ma quello che si avverte oggi è troppo più arido: una sterile contrapposizione per difendere rendite di posizione, non un sentire comune di riscatto e rilancio del Paese. Manca la storia, mancano i valori, manca il coinvolgimento di speranze condivise che nella casa di Pian dei Giullari si avvertono invece ancora. Nel prato all’aperto, che domina Firenze ben sopra San Miniato a Monte, l’orizzonte sembra vasto. Molto di più di quanto appaia l’orizzonte dei nostri tempi.

Una delle sale della casa di Giovanni Spadolini a Pian dei Giullari

Previsioni del tempo e week end negati

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Io personalmente sono fra quelli che alle previsioni del tempo sta attento. Perchè programmare una giornata al mare e ritrovarsi sotto la pioggia non fa piacere. Ma non fa piacere neppure il contrario: negarsi un bel week end sulla costa o in giro nelle campagne toscane o nelle città d’arte, perchè le previsioni del tempo, da giorni, bombardano su tutte le tv e i giornali, annunciando temporali e nuvole costanti. Ieri, vigilia di Pasqua, non è successo. A Siena, in Piazza del Campo, la foto documenta tanta gente anche sdraiata sui mattoni rossi, come avrebbe fatto se fosse in spiaggia. Stamani, giorno di Pasqua, c’è ancora un bel solicello. Mi chiedo: ma i metereologi, con le previsioni del tempo pre-pasquali, potevano lanciare messaggi meno assoluti, in modo che la responsabilità del week end pasquale negato fosse dipesa più dalla propria libera autodeterminazione, anzichè dal messaggio battente delle condizioni metereologiche avverse? Forse sarebbe stato meglio, anche perchè in tempi di crisi, un week end frenato pesa molto sull’economia del turismo. Per questo comprendo il sindaco di Forte dei Marmi che annuncia di voler chiedere i danni vista “l’insensata approssimazione delle previsioni metereologiche“.

Chi pu

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Nel gran formicolio delle città – almeno, Firenze è così, ma anche Siena, per esempio – in queste ore di vigilia della Pasqua, riesce difficile scrollarsi di dosso tutto il resto. L’angoscia per il terremoto in Abruzzo non va via, neppure spengendo la televisione o non leggendo i giornali, o sfuggendo alle tante testimonianze nel web. Anzi, forse guardando le immagini che arrivano da certe tendopoli, dove sono le persone più anziane – soprattutto le donne – a dimostrare incredibili livelli di sopportazione e adattamento all’emergenza, si prova perfino un po’ di sollievo. Poi, però, ti fermi a pensare, che quelle case distrutte, quei mattoni accatastati come montagne impietose, sono il simbolo di vite annichilite, di sacrifici di intere esistenze spazzati via dalla furia delle scosse. Ho visto un uomo di una certa età, mostrare tra le lacrime alle telecamere, una casa spazzata a terra, dove aveva realizzato un appartamento per sè e uno per la sua figlia. Ho pensato all’orgoglio di quella realizzazione, senz’altro frutto di tanta fatica e al senso del nulla, che deve assalire ora quell’uomo. Il dolore della gente di Abruzzo, entra decisamente dentro le nostre esistenze, come – per quanto mi riguarda – accadde per il terremoto dell’Umbria. E non c’è spazio per l’atmosfera di festa. Petraltro turbata anche dalle continue notizie di chi – anche in Toscana . perde il lavoro. C’è solo da sperare e da domandarsi quando, e chi, potrà tornare a premere l’interruttore della serenità.

Per un amico che se ne va

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Caro Marco, caro “Bacco”, vorrei ringraziarti per tutto quello che, nella semplicità, mi hai regalato durante quel tratto della tua e della mia vita, che ci ha visto vicini, nella redazione senese della Nazione. Ti ringrazio per l’amore per la nostra Robur che abbiamo condiviso, spesso mangiandoci il fegato, visto che erano tempi magri. Ti ringrazio per l’amore inesorabile per la nostra città, per le nostre tradizioni più care, che abbiamo – anche questo – condiviso con passione. E quando vinse il tuo Bruco, dopo gli anni della lunga attesa, nel tuo entusiasmo vidi quello che sarebbe stato di mio babbo. Ti ringrazio per l’affetto e la discrezione con la quale mi chiedevi notizie dei miei continui sommovimenti professionali, e della tua costante domanda, quando ci incontravamo: “Ma perchè non torni a Siena?”. Ti ringrazio per il tuo cappello alla Humphrey Bogart e il tuo impermeabile da Casablanca. Ti ringrazio per le venti righe che mi facesti scrivere, troppi anni fa, per le finali della serie C di basket: il mio primo servizio per un giornale. Un abbraccio.

Il terremoto, il sole, la morte, i ricordi

Ho visto lo stesso sole. Ho capito che c’era lo stesso caldo, inspiegabile. Ho visto la stessa gente con gli occhi sbarrati e il corpo avvolto in coperte marroni. Ho rivissuto, oggi, nelle immagini dell’Abruzzo ferito a morte, con tutta l’angoscia possibile, il terremoto dell’Umbria del settembre 1997. Ero a Perugia, lavoravo e vivevo a Perugia. Ricordo la corsa senza fiato, per andare da mia figlia  a scuola. Ricordo che la vidi uscire e non le riusciva di smettere di piangere. E poi, dopo, la corsa in macchina ad Assisi, ricordo i primi morti che uscivano dalla Basilica. Ricordo la notte, in auto, a girare l’Umbria ferita, la gente stravolta dalla paura, che cercava di non dormire per sfuggire alla belva che poteva tornare da un momento all’altro. Ricordo tanti mesi di paura e tanti giorni dopo, a primavera, un’altra scossa che ci fece spalancare gli occhi di terrore, a me e Pietro, il nostro fotografo. Oggi che rivedo la morte e la paura nella gente d’Abruzzo, ricordo con commozione la gente dell’Umbria. Soprattutto una donna, anziana anzi proprio vecchia, alle porte di Nocera Umbra, che mi tirò per la giacca, e mi chiese: “Tornerò nella mia casa?”. Non seppi rispondere, le feci un sorriso e mi rifugiai nel mio lavoro, chiedendo al mio fotografo di farle una foto.