Monthly Archive for marzo, 2009

Sempre più social, sempre più personal, sempre più multimedia

giornalismo 

Personal media, social media, multimedia. Si fa fatica a credere che ci siano ancora categorie professionali (come la mia, giornalista ) e imprenditoriali (gli editori) che rallentino l’adeguamento del sistema mediatico alla nuova evoluzione (pardon, rivoluzione) dei media, che saranno sempre più social, sempre più personal, sempre più multimedia.  Lo dico senza avere alcuna primogenitura internettiana, anzi essendo fra quelli che faticosamente cerca di adeguarsi, perlomeno di capire. Al Forum della comunicazione, che si è tenuto la scorsa settimana a Roma, bastava annusare l’aria, per capire quale era il trend inevitabile. Un solo esempio, più che altro simbolico: il programma prevedeva due sessioni contemporanee, una nell’aula centrale dedicata ad un approfondimento su marketing e privacy; l’altra, in una sala secondaria, molto più piccola, dedicata al mondo del web 2.0 e dei social media, coordinta da Carlo Infante. Rapporto di presenze: 10 a 1, ma forse anche di più, a favore dell’incontro sulla tematica social, alla quale hanno partecipato centinaia di persone.
Il quadro dell’evoluzione dei media sta andando verso quattro novità: di tecnologie, di connessione, di condivisione, di protagonismo. E  quindi, appunto, sempre più social e sempre più personal e sempre più crossmediale. Fra le cifre interessanti, che sono state fornite nel corso di un’iniziativa: il 42% di un campione di giovani tra i 18 e i 24 anni, segue già ora la tv attraverso il computer. E alla domanda, “non potrei vivere senza”, lo stesso campione ha indicato: il 45% il pc e la connessione a Internet; il 28% il cellulare.
Altri numeri: il 76% dei navigatori, in italia fa parte di una community o è iscritto a un social network (12 milioni).  Nove milioni guardano video sul pc. Facebook ha registrato in Italia una crescita che non trova riscontri simil in altri Paesi: da un milione di iscritti a settembre 2008 , a oltre 8 milioni e mezzo a inizio marzo. Nelle ultime due settimane, per la prima volta, si è avuto un calo di iscrizioni: da8,6 milioni a 8,4. Ma viene ritenuto più che altro un assestamento. La cosa più significativa è che Facebook non ha tolto tempo alle altre modalità di fruizione di Internet, ma ha aggiunto tempo di presenza sulla rete.
Tra i blogger intervenuti al convegno sul mondo social, rispetto ai ritardi nella presa d’atto di quanto sta accadendo, alcuni hanno sottolineato la tesi di Kevin Kelly: il mondo web sostanzialmente fatto come lo conosciamo, esiste da 5.000 giorni. Tra altri 5.000 giorni solo le nuove generazioni potranno constatare l’ulteriore rivoluzione: “Noi ci saremo, è stato detto, gli altri ( cioè gli over…anta), no”.  E in questo assioma generazionale, sta, dopotutto, anche gran parte del contenuto inevitabilmente sovversivo _ cioè rigeneratore – della rivoluzione dei media.

Comunicare almeno a modo

Al Forum della comunicazione in corso a Roma, il tema del rilancio dell’immagine dell’Italia nel mondo, del consolidamento del brand Italia, che comunque rimane marca fra le più esclusive e ricercate(la terza per notorietà universale) , ha trovato, almeno nella sessione inaugurale, una sintesi più politica che di tecnica della comunicazione, in tre parole: fiducia, fiducia, fiducia. Basta con il raccontare e perfino documentare le cose che non vanno, l’Italia va. E questo bisogna comunicare. Preciso che questa considerazione è frutto più che altro di un’impressione personale. Non è la cronaca di quanto accaduto. Ma desta perplessità la presentazione dell’indagine dell’istituto Piepoli, con l’autorevole Nicola Piepoli, che conclude il suo intervento con un esortativo: “Allora forza, viva l’Italia”, che sta più a Garibaldi, o quantomeno a Berlusconi, piuttosto che a operatori della comunicazione. E il direttore della Comunicazione esterna di Fs, Daniela Carosio, appare un po’ troppo infastidita dalla domanda del conduttore, Antonello Piroso, tesa a capire perchè l’Alta Velocità si fermi a Napoli e non vada oltre. Siccome la platea applaude la domanda, la Carosio polemizza: “Vedete, anche voi, che pure dovreste essere addetti ai lavori della comunicazione, state più attenti a ciò che manca, piuttosto che sottolineare le cose fatte. E’ la stessa cosa che fanno i giornalisti, che ritengono che raccontare le cose negative sia più utile”. Punti di vista, ovviamente, però è quantomeno riduttivo limitare tutto ad un solo tema: una comunicazione “responsabile” – questo il termine ricorrente – aiuta a ritrovare l’ottimismo. Un fondo di verità c’è e anzi, si sente il bisogno di buone notizie. Ma questa tematica, più che ad un Forum della comunicazione, appare più adatta all’imminente kermesse per la fondazione del Pdl. E’ nel mestiere di Berlusconi, spargere fiducia a piene mani. La comunicazione dovrebbe in particolare, supportare il brand del Belpaese all’estero, ma un effetto-fuochi d’artificio, rispetto ad un Paese che soffre e che latita – per esempio nelle infrastrutture – finirebbe per innescare un effetto boomerang. Al di là della strategia generale di politica della comunicazione – molto politica… poco comunicativa – interessanti invece sono gli approfondimenti tematici, a cominciare da quelli legati all’uso delle nuove tecnologie e soprattutto al rapporto tra social network e comunicazione, soprattutto per la valorizzazione dei territori. Da più di un workshop è venuta un’implicita conferma della bontà della strada adottata dalla Regione Toscana, con la campagna “Voglio vivere così”, che poggia in gran parte su Internet e slle attività di social network.
Dall’indagine di Piepoli, una indicazione interessante è giunta dall’individuazione delle eccellenze per il rilancio dell’Italian style: per il campione intervistato le cose su cui puntare sono: alta qualità (29%), artigianalità (25%), creatività (21%), buongusto (21%). Proprio i canali portanti della strategia di comunicazione adottata dalla Regione Toscana.
Sul piano generale, disarmante l’intervento di Matteo Marzotto, presidente dell’Enit, Agenzia Nazionale per il turismo: “Abbiamo fatto uno spot e lo presenteremo a giorni. Ma non abbiamo ridorse, non abbiamo mezzi”. Poi, oltre a sottolineare la necessità di una organizzazione del messaggio, di una strtegia unitaria per comunicare il brand Italia, Marzotto consiglia di “comunicare almeno una volta all’anno, possibilmenter all’inizio del primo quadimestre”. Forse, per rimediare al secondo quadrimestre.

Niente preservativi contro l'Aids? Ma in Africa la morale non basta

Papa Ratzinger ha scelto il Camerun per pronunciare, dall’aereo che stava per atterrare in uno dei Paesi a più alta diffusione di Aids, le sue parole contro l’uso dei preservativi, che non risolverebbero, anzi “aumenterebbero il problema della diffusione dell’Hiv”. Non entro nel merito delle questioni etiche e morali che stanno dietro a questa frase, che rispetto in ogni caso – anche se non fossero i convincimenti del Pontefice – ma resto alla tematica della prevenzione sanitaria del problema. I volontari cattaolici che si trovano ad operare in Africa e soprattutto nell’Africa subsahariana invitano – lo hanno fatto fino ad oggi, spero lo faranno ancora – le popolazione martoriate dall’Aids a usare il preservativo, unica possibile barriera contro il male terribile. L’invito alla castità e ai rapporti monogami non rappresentano che un input di ordine morale, ma non sono un presidio di prevenzione sanitaria. Le parole del Pontefice sconcertano ancora di più, se solo si scorrono i dati ufficiali dell’Unicef sulla diffusione dell’Hiv. Eccoli, tratti dal sito ufficiale:

“La diffusione dell’HIV/AIDS non è più limitata all’Africa subsahariana, come siamo stati abituati a pensare nel corso degli anni Novanta. In quest’ultimo periodo della nostra storia, l’epidemia si è espansa in tutte le aree del mondo in via di sviluppo, con tassi di diffusione particolarmente allarmanti in America Centrale, nei Caraibi, in Europa orientale e in alcune regioni asiatiche. Al contrario, in Europa, America settentrionale e negli altri paesi ad alto reddito l’epidemia è stata contenuta grazie ai progressi della ricerca farmaceutica e all’efficienza dei servizi di monitoraggio e prevenzione.  Qui il pericolo principale è rappresentato da un abbassamento della guardia che potrebbe facilitare il ritorno in auge di comportamenti a rischio, soprattutto fra i giovani che non beneficiassero di un’efficace azione di informazione e sensibilizzazione. 
Africa subsahariana
È tuttora la regione maggiormente colpita dalla pandemia di HIV/AIDS: qui vivono 30 milioni di soggetti portatori di HIV (pari a tre quarti dei sieropositivi del mondo) e addirittura il 90% dei bambini infetti dal virus. In questa parte del mondo l’AIDS è rapidamente divenuta a prima causa di morte, superando in negativo mali atavici come la malaria o la tubercolosi.
In 12 Stati africani il tasso di diffusione del virus nella popolazione adulta (15-49 anni) supera il 10%, ossia dieci volte la soglia oltre la quale l’epidemia si considera generalizzata.
La tragedia assume proporzioni spaventose in alcuni paesi dell’Africa australe, come il Botswana o lo Swaziland, dove un adulto su tre ha già contratto il virus e gli epidemiologi stimano che per un quindicenne di oggi vi siano più probabilità (60%) di ammalarsi che non di arrivare sano all’età adulta. 
Asia meridionale e orientale
L’epidemia è considerata di tipo generalizzato in Cambogia, Thailandia e Myanmar, mentre in Indonesia, Nepal e Vietnam i tassi di diffusione fra i giovani inducono a prevedere scenari analoghi nel giro di pochissimi anni.
Massimo allarme destano però i due giganti del continente, Cina e India, dove si concentra un quarto della popolazione mondiale e dunque anche un lieve aumento del tasso di diffusione si tradurrebbe in milioni di contagi. In numerose province cinesi si è già raggiunto un livello di epidemia concentrata, nonostante il tentativo del governo di Pechino di minimizzare le dimensioni del fenomeno
Europa orientale e Asia centrale 
In questi ultimi anni, i territori dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa orientale fanno registrare tassi di diffusione dell’HIV/AIDS più rapidi di qualsiasi altra area del mondo, Africa inclusa.
Ciò avviene a causa del collasso economico e sociale di queste realtà, dove una liberalizzazione selvaggia ha gettato nella miseria larghi strati della popolazione e la qualità dei servizi sanitari di base è precipitata a livelli da Terzo Mondo o ha raggiunto costi inarrivabili per la maggior parte della popolazione.
Il numero dei sieropositivi in questa regione è prossimo ai due milioni, e sebbene l’infezione riguardi ancora in massima parte i gruppi a rischio (tossicodipendenti in primo luogo), il contagio per via sessuale sta dando all’epidemia un carattere quasi generalizzato.
L’età delle persone contagiate è sorprendentemente bassa: in Russia, ogni anno contraggono il virus migliaia di teen-ager del tutto ignari delle più elementari norme di prevenzione.
America Latina e Caraibi
Anche qui l’epidemia è prossima ad assumere carattere generalizzato, in verità già raggiunto nell’area caraibica con un tasso di prevalenza dell’HIV/AIDS del 2,3% fra gli adulti – il più alto al mondo dopo l’Africa. La modalità prevalente del contagio è stata finora quella dei rapporti omosessuali fra maschi, ma negli ultimi tempi il fatto che il maggior numero dei nuovi casi di infezione riguardi giovani donne fa ritenere che il virus abbia ormai valicato il confine dei gruppi a rischio. 
Medio Oriente e Nord Africa
È la regione di cui si hanno i dati più incerti. Gli esperti indicano epidemie concentrate nel gruppo a rischio dei tossicodipendenti in metà dei paesi del Maghreb e del Medio Oriente, Iran incluso.  
La modalità di trasmissione sessuale del virus è probabilmente rallentata da influenze culturali e religiose
Paesi industrializzati
I paesi ad alto reddito sono gli unici nei quali le persone sieropositive hanno accesso ai farmaci antiretrovirali, che ritardano l’avvento della sindrome e migliorano la qualità della vita. Tuttavia, la malattia è tutt’altro che scomparsa: ogni anno quasi 80.000 persone contraggono il virus, e altre 25.000 circa muoiono per AIDS. In alcuni paesi i tassi di diffusione dell’HIV/AIDS hanno smesso di diminuire, fenomeno rivelatore di una minore attenzione nella prevenzione e in una sottovalutazione del rischio, probabilmente indotto dal successo dei farmaci antiretrovirali e dall’erronea opinione che l’HIV/AIDS sia ormai una malattia curabile. 
In Italia i casi di AIDS accertati dall’inizio dell’epidemia (il primo caso registrato è del 1982) al 2004 sono stati circa 53.000, di cui oltre 33.000 con esito letale.  
Il numero dei sieropositivi è stimato intorno ai 140.000, di cui circa un terzo donne. Ogni anno nel nostro paese dalle 3.500 alle 4.000 persone contraggono il virus dell’HIV, e circa metà entrano nella fase della malattia vera e propria. Desta preoccupazione il fatto che i casi di AIDS conclamato abbiano cessato di diminuire dal 2001 in poi”.

Io spero che i cattolici, in Africa, continuino a propagandare l’uso del preservativo. E che in ogni parte del mondo si usi il condom, per non rischiare di abbassare la guardia, come dicel’Unicef, contro l’Aids.
Iintanto, pochi minuti fa, il Vaticano ha trasmesso quella che viene annunciata come la risposta integrale del Papa ai giornalisti. Ma l’Ansa (come si legge sul sito di Rainews24 a questo link http://http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=111101 ) ha confrontato questa versione ufficiale con la registrazione della risposta del Pontefice, che evidentemente la Santa Sede ha ritenuto di correggere. Resta il fatto che il Vaticano, anche 24 ore dopo, conferma che “il preservativo non è la via”. “La Chiesa – si legge in una nota della Santa Sede in risposta alle polemiche sollevate dalle parole del Papa – concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore. A proposito degli echi suscitati da alcune parole del Papa sul problema dell’Aids – si legge nella nota – il direttore della sala stampa, P. Federico Lombardi, precisa che il Santo Padre ha ribadito le posizioni della Chiesa cattolica e le linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello dell’Aids: primo, con l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia; due: con la ricerca e l’applicazione delle cure efficaci dell’Aids e nel metterle a disposizione del più ampio numero di malati attraverso molte iniziative ed istituzioni sanitarie; tre: con l’assistenza umana e spirituale dei malati di Aids come di tutti i sofferenti, che da sempre sono nel cuore della Chiesa”. “Queste – conclude la nota – sono le direzioni in cui la Chiesa concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per contrastare il flagello dell’Aids e tutelare la vita umana”.

Berlino, nuova Toscana, nuova Europa

Berlino, Checkpoint Charlie 13 marzo 2009Checkpoint Charlie, il cartello che avvertiva di essere alla frontiera del settore americano

Non ci poteva essere città più evocativa di Berlino per presentare la nuova campagna di comunicazione del turismo toscano, “Voglio vivere così”. Su www.intoscana.it abbiamo raccontato circostanze e modalità di un lancio che ha trovato nell’evento dentro la ex centrale elettrica di Berlino Est, lungo la Via del Muro, il momento di maggiore appeal internazionale. L’immagine nuova di una Toscana, luogo da sognare e da vivere, meta ideale del nuovo turismo consapevole e sostenibile che fa del web la propria sterminata auotostrada, è stata declinata nelle immagini suggestive del video, sui grandi schermi appesi ai vecchi muri della centrale, dentro i social network, su Google e You Tube, dove rimbalza lo spot onirico con la fascinosa Marta Cecchetto. Da ieri anche in tv, sulle reti Rai, Mediaset e su Mtv.
Berlino a tutto questo ha fatto da palcoscenico ideale. Perchè nessuna città più di Berlino ha innovato così geneticamente la propria immagine: prima, fino al 1989, simbolo e metafora di ogni divisione, con il muro che era la linea di confine di due mondi che si guardavano in cagnesco, ben al di là di Checkpoint Charlie, pronti ad annientarsi, se necessario, in nome di ideologie contrapposte. Dopo, a partire dall’abbattimento del muro, simbolo di speranza di nuovo, di innovazione del confronto, di generazioni in grado crescere finalmente – pareva allora – senza l’assillo degli “ismi”. Non tutte le speranze di venti anni fa trovano oggi riscontro in una contemporaneità così difficile quale quella che viviamo. Ma Berlino resta comunque, ancora oggi, territorio di speranza. L’aria che si respira, girandola con i mezzi pubblici (cari, 2,10 euro il biglietto per l’equivalente della tramvia), è quella di una città in forte movimento, ancora in forte trasformazione edilizia, che cerca nuovi centri, al di là della Porta di Brandeburgo e del Reichstag. E ci è riuscita con i nuovi cuori pulsanti, di Alexanderplatz e soprattutto della Postdamer Platz, dove oltre a Renzo Piano, gli altri progettisti di tutto il mondo che l’hanno pensata, hanno davvero realizzato ciò che appare come il vero cuore del mondo che verrà. Sedersi sotto la cupola imponente del Sony Center, è come affacciarsi sulla prospettiva del futuro. Tutto appare più vecchio in questo posto.
Ritornando verso la Alexanderplatz, si incontra Checkponit Charlie, la frontiera delle frontiere, ultimo avamposto di controllo del settore americano. Restano tracce del Muro coperte da immagini in bianco e nero, cariche di foto di fughe dal settore Est, riuscite o spesso finite nel sangue. Oggi quei drammi appaiono lontani. La Via del Muro  è piena di uffici di finanziarie e di alberghi, e la ex centrale elettrica della Ddr – dove si è tenuto l’evento della Toscana – è la testimonianza più completa e suggestiva di ciò che era e non è più. Quanto al Checkpoint Charlie, è lì dove prospera il merchandising della Guerra Fredda. Con un euro un finto soldato americano si fa fotografare insieme a te – come rinunciare… – sullo scenario della garitta dell’ultimo avamposto occidentale. Scene simili accadono alla Porta di Brandeburgo, con finti soldati in disfatta dell’Armata Rossa, che ora suonano la fisarmonica per 50 centesimi. All’improvviso, in questa ribalta del tutto falsata, appare traccia di una inaspettata e perfino sorprendente testimonianza vera. Da una Mercedes nera bilandata scende proprio Gorbaciov, attorniato da notabili tedeschi per una qualche cerimonia di cui non si trova cenno nella stampa del giorno dopo. Altro segno, dei tempi nuovi che poche tracce tengono del passato.
La più suggestiva testimonianza di altri tempi, che si incontra ancora sul cammino verso la Alexander Platz, è il quartiere storico della vecchia Berlino est, che si affaccia sulla Sprea. Culla delle reminescenze del regime, Nikolai Viertel – così si chiama questo pezzo di città – è una sorta di rione, un dedalo di viuzze piene di botteghe di piccolo artigianato e di birrerie, dove con pochi euro si beve ottima birra e si può gustare la ricetta antica della zuppa di patate e wurstel. Berlino, in questo posto antico, ti affascina comunque, come per una sosta indispensabile, con il futuro che è già dietro l’angolo.

La Sprea, il fiume di Berlino: uno scorcio da Nikolay Viertel, l'antico quartiere di Berlino EstSotto la Porta di Brandeburgo un finto soldato in disfatta suona la fisarmonica per pochi centesimi

Bisogno di belle notizie

Non sarà professionale, nè giornalisticamente corretto, perchè la notizia non può essere buona o cattiva. E’ una notizia, e come tale va data, per scritto o per immagini. Ma il bisogno di buone notizie che si avverte in giro – che io avverto – se non è professionale, è almeno decisamente comprensibile.
Rimbalziamo tra crisi e stupri come in una sorta di girone infernale anticipato. Gli effetti dei crolli delle borse, in gran parte dovuti a speculazioni finanziarie, a gesta inconsulte di grandi banchieri presunti tali, ci colpiscono ogni giorno come pesanti ganci alla mascella. Temiamo il futuro, evitiamo di comprare se non lo stretto necessario. Al 21 del mese – come avrebbe detto Battisti – speriamo che arrivi alla svelta il 31. Per non dire di chi ha perso o sta perdendo il lavoro, o di quelli che il lavoro lo cercano dopo aver studiato anni ed essersi laureati a pieni voti. C’è da vergognarsi per la loro precarietà. Ci sentiamo – anche i garantiti – insicuri, maledettamente esposti – senza poter far nulla – agli effetti di una crisi ancor più gigantesca perchè ci viene sbattuta in faccia ogni quarto d’ora, ai ritmi di Tg e giornali radio.
E poi l’escalation di stupri, vergogna di giorni sempre più infidi. Giorni che non riesci a dormire se la donna che ami, o tua figlia, escono da sole di notte con qualche amica. Giorni pesanti, perchè le notizie sono sempre queste, come dentro un tunnel. Viene da urlare: dateci belle notizie! Almeno qualcuna, come un anestetico, che lo sai che non cura il mal di testa. Ma almeno respiri.