Non sono un critico, nè un esperto d’arte. Cerco di non farmi mancare, quando posso, incontri con l’arte, in tutte le sue forme, forse con un po’ di disordine. Così, mi vengono in mente – tra quelle che ho potuto visitare negli ultimi anni - la mostra di Monet a Brescia, quella sulla Pop Art alle Scuderie del Quirinale a Roma, ancora a Roma, al Vittoriano, l’esposizione di Manet e la bella “Impressionismo, dipingere la luce” che si è tenuta a Palazzo Strozzi a Firenze. Ma nessuna delle mostre citate, mi ha suscitato le emozioni di “Arte, genio e follia“, curata da Vittorio Sgarbi, che si è aperta ieri al Santa Maria della Scala, e resterà visibile fino al 25 maggio. Emozioni, riflessioni, sul rapporto tra genio e follia, sul confine imperscrutabile e mai netto tra i voli pindarici dei nostri pensieri e il riuscire a fissare, intuizioni, pensieri, piuttosto che incubi e visioni, in una forma d’arte. La mostra senese ci porta per mano fin dentro i nostri turbamenti, dentro il nostro cervello, forse più dentro i pertugi nascosti della nostra anima.
Parte, da molte di quelle centinaia di opere in mostra, una sorta di “sms” dell’emozione, che arriva con forza. Fissare da vicino certe immagini del Concerto nell’uovo di Bosch (foto in alto), certe pennellate di Mafai o di Kirchner, oppure i volti sfuggenti di Munch, piuttosto che l’ipnotico messaggio di Van Gogh, è un’esperienza, un viaggio anche impervio dentro la nostra coscienza. C’è, presente, nelle sale del Santa Maria, non fosse altro che per gli strumenti degli antichi manicomi esposti, una sorta di minacciosa metafora: quella della follia incombente.
La si coglie nello sguardo sbieco di Ligabue che ti fissa dai suoi autoritratti sincopati. La si riconosce in una delle teste con il becco di Messerschmidt. Eppure, è così forte l’urlo della genialità, che fuoriesce dalle opere in mostra, che l’arte finisce per avere la meglio. Non si esce dal Santa Maria con l’angoscia, con i turbamenti della pazzia dietro l’angolo. Si esce, piuttosto, con la speranza, che perfino di fronte alle zone d’ombra della mente, l’arte concede una via di fuga.
Sgarbi, nel belissimo catalogo edito da Mazzotta e stampato con grande perizia da Alsaba, cita Baudelaire nei Fiori del Male: “… Subito la ragione lo lasciò. D’un nero velo si coprì la fiamma di quel sole; irruppe tutto il caos in quella intelligenza, un tempo vivo tempio, in cui tutto era ordine e opulenza, e sotto i cui soffitti tanto fasto aveva scintillato. In lui, il silenzio prese dimora con la notte…”.
Ecco, uscendo dalla mostra, si ha la sensazione di aver socchiuso la porta sulla notte degli artisti, ma di essere riusciti ad attraversarla, ritrovando il loro – il nostro – giorno.






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