Istanbul ti pare in un modo e subito dopo in un altro. Ultimo avamposto di confine del mondo occidentale e già acquisita trincea del pianeta Islam. C”è e non c’è, il mondo che immagini di trovare sul Bosforo. E “C’è e non c’è”, anzi Var Ve Yok, è l’azzecatissimo titolo della mostra di Emilio Isgrò, curata da Marco Bazzini, che il Centro per l’ Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, inaugura domani in questa città di 15 milioni di abitanti, che appare un enorme frullatore rutilante di culture e sapori, di odori e rumori, nominata per questo 2010 Capitale Europa della Cultura. C’è e non c’è, l’Europa, quando al tramonto, alla fine del giorno di digiuno del Ramadan, dai minareti muniti di altoparlanti, si diffonde la preghiera coranica, segnale di raccoglimento, che consente l’immediato affollamento dei tavoli di ristoranti e spacci fumiganti lungo le strade. Così Istanbul si immerge nella notte, in mezzo ai vapori di mille cucine che sembrano perfino invadere le strade. Sui muri spiccano i manifesti dei Mondiali di basket, con la Turchia che si qualifica agli ottavi battendo l’odiata Grecia. Impresa che gonfia il petto dei supernazionalisti turchi e riempie i balconi con la bandiera della mezzaluna e della stella. Si guarda la tv in ogni bar, in ogni ristorante, ma per seguire le imprese della nazionale di calcio, che va a vincere in Kazakistan con un roboante 3-0. Altinpop, eroe del calcio di queste parti, segna un gol da favola, al volo da 25 metri. E anche per il trionfo calcistico sventolano le bandiere nazionali.
Ai muri si notano anche i manifesti che invitano a votare per il referendum di domenica prossima, vero braccio di ferro tra il Governo del Premier Erdogan, islamico-moderato, e il potere dei militari, che tra mille contraddizioni rappresentano una sorta di ultima fragile trincea di laicità. Per le strade del centro, proprio a fine giornata, tornano ad affollarsi i negozi.In questa parte semicentrale della città, vicino all’Università, è tutto un susseguirsi di patacche italiane. Sì, perchè il look italico attrae, ma solo nella denominazione dei negozi. Dentro è tutta paccottiglia, più o meno. Pullulano, dunque, insegne di questo tipo: White House Firenze, Massimo Martini, La Gazzetta, Paolo Marini, e via andare. Accanto ad un improbabile Hotel Vicenza, che espone un Ristorante Venezia. Nei negozi finti italiani, si aggirano vogliose, soprattutto appariscenti bionde russe rifatte, spesso seguite a vista da giovanottoni che se ne stanno nei pressi. Mentre loro, le finte naturali russe, fanno incetta di borse e vestiti, tutto di griffes finte italiane. L’unica cosa vera italiana, appare dunque proprio la mostra del Pecci che apre i battenti domani. Emilio Isgrò è il padre della “cancellatura”, forma di arte contemporanea che proprio al gesto di cancellare attinge a piene mani. In omaggio ad Ataturk, paladino della Repubblica turca, Isgrò, domani mette in mostra la cancellatura di 14 codici ottomani, ed una grande mappa della Turchia, dove tutto è cancellato, salvo Istanbul. Potesse Isgrò, anche cancellare, quelle decine e decine di insegne finte italiane, che ci fanno sentire ancora di più, parte di un Paese che sta perdendo la sua anima.
Ieri sera alla Festa Democratica alle Cascine c’era una valanga di gente. Ma proprio tanta: centinaia e centinaia, seduti anche sul prato, per ascoltare Dario Franceschini. E mentre si teneva il dibattito ad alta densità di partecipazione, contemporaneamente andava avanti il resto della festa, a cominciare dalla mitica Ruota di Montespertoli, con tutti i suoi prosciutti in bella mostra, davanti alla quale stava assiepata un’altra folla. Attratta dal fascino della vincita a basso costo ed alto rendimento. Dunque me ne sono andato a letto con l’immagine di questo mare di gente che sciamava alla Festa Democratica. Stamani accendo La 7 – la meglio televisione nazionale – e sento i soliti giornalisti commentatori che, qualcuno diveggiando, si divertono a dire che l’opposizione non c’è. Probabilmente anche qualcuno di loro andrebbe “rottamato”, perchè una cosa è dire che l’opposizione nelle sue rappresentanze politiche latita nella presentazione di proposte politiche credibili, altro è affermare che nel Paese non c’è opposizione. C’è eccome, solo che la classe dirigente dei partiti, e del Pd in particolare, non riesce ad affrancarsi dalle vecchie logiche e dall’antagonismo intestino, e finisce così per consentire ai giornalisti in tv di dire che l’opposizione non c’è. Ma c’è. Alle Cascine c’era eccome, così come a Siena, alla festa del Pd che si è chiusa domenica con 100mila partecipanti in 19 giorni. La base c’è e chiede sostanza, ma anche cambiamento. Ieri alle Cascine la “ggente” – come direbbero i giornalisti romani che vanno in tv – del Pd era palesemente dalla parte del sindaco Renzi, che ha invocato la rottamazione dei big del partito. Ha riservato applausi a scena aperta a Franceschini, ma il cuore della platea batteva apertamente per il cambio della guardia, per la “rottamazione”. Anche per sperare che in tv abbiano più difficoltà a dire che l’opposizione non c’è. Sarà curioso domani, l’incontro – se ci sarà – tra Renzi e Bersani, che arriva a Firenze per l’inaugurazione della nuova sede del Pd.
Domenica sera ho concluso le mie ferie alla festa del Pd di Siena con la presentazione del libro “Goffredo Mameli – Scritti”, curato dal nipote Nino Mameli, pubblicato a cura del Consiglio Regionale della Toscana e distribuito nelle scuole superiori. Gli organizzatori di “Aperilibro” mi avevano affidato l’intervista al presidente del Consigliob Regionale, Alberto Monaci, proprio per approfondire la scelta dell’istituzione di stampare il volume nel 150° dell’Unità d’Italia. Dal Risorgimento e dalla vita eroica di Goffredo Mameli, morto a 22 anni in battaglia per difendere la Repubblica Romana, insieme a Monaci abbiamo fatto un viaggio fino ai nostri giorni. E siccome c’è aria di elezioni politiche e certezza di elezioni amministrative, ci siamo soffermati a leggere una delle pagine del libro di Goffredo Mameli, che non scrisse solo l’Inno d’Italia, ma fu poeta e politico di forte piglio innovatore. Così capace, da essere, ad appena 20 anni, una sorta di mediatore tra Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. La pagina che ci siamo riletti, con Monaci, davanti al pubblico di “Aperilibro”, è quella in cui l’11 gennaio 1849, Mameli fissa i requisiti dei candidati alle elezioni: “Prima e indispensabile dote dei candidati, quell’onestà personale che fa di un uomo politico un apostolo, d’una opinione una credenza, d’un partito una religione. Noi vogliamo uomini che sentano quello che dicono; rifiutiamo l’abitudine d’ipocrisia. Noi vogliamo la verità”. E ancora. “Scruteremo nei nostri candidati i fatti passati, elimineremo gli uomini che, o per tristizie o per inettezza, hanno mancato agli onori e agli interessi del paese”. Insomma, parole auliche, stile un po’ retorico, ma contenuto da sottoscrivere in pieno. Ho così chiesto ad Alberto Monaci, quale fosse l’identikit del candidato ideale a Siena: “Penso a Enea Silvio Piccolomini – ha risposto – al Papa senese, di Pienza, che sapeva conciliare le mille esigenze dell’epoca, con saggezza. Non credo che si debba stare molto attenti alla radice cittadina del futuro candidato. Anzi, la capacità di leggere Siena con l’obiettivo del territorio extramoenia, un po’ al di sopra di quelle attività di lobby particolari che caratterizzano l’area urbana, è una dote che sarà utile al futuro sindaco di Siena. Penso che uno dei primi cittadini più capaci sia stato Fazio Fabbrini, che veniva dall’Amiata”.
Saltando da sito a sito, da Facebook alla posta elettronica, così tanto per tirare un po’ tardi, mi sono soffermato sui titoli della home page di Corriere.it. Tralascio quelli di politica, perchè c’è poco da stare allegri tra Marchionne che invita ad un nuovo patto sociale, dopo le vicende di Melfi; e Berlusconi che parla di vecchia politica e dice “basta con le ammucchiate”, non so bene se riferendosi a certe serate a Palazzo Grazioli o a che altro. Ma la sensazione del metafisico ormai a un passo, dell’abissale realtà nella quale viviamo, che è molto ma molto più inquietante di un film horror, o di certe parodie di film horror, arriva dai titoli di cronaca. Li elenco:
“Orrore al Brennero: litiga con un camionista che lo investe e lo uccide sul colpo”.
“Bambini prendono a calci immigrato a Civitanova Marche: i genitori ridono”
“Il sindaco gioca al Superenalotto con soldi pubblici”
“Gheddafi arriva a Roma con trenta cavalli in aereo”
“Quanti scoiattoli a Brera: ma sono topi!”
“Calci alla moglie davanti ai figli, arrestato pallanuotista Porzio”
“Tenta violenza su donna incinta: terzo caso in poche settimane”.
Meno male che a fondo pagina c’è il lato B della Santarelli in costume a Sabaudia. Bellissima e per giunta compagna del senese Bernardo Corradi. Per tutto il resto, compresi Marchionne e Berlusconi, quando arriva il cartello ”Sei su scherzi a parte”?
Sul “Corriere Fiorentino” di oggi, che esce in Toscana con il Corriere della Sera, accanto al pezzo di cronaca sulla vigilia del Palio, è uscito quest’altro mio pezzo, svincolato dalla contingenza. Una riflessione sulla miracolosa vitalità delle Contrade in tempi così difficili come quelli che viviamo.
Stasera, con le cene propiziatorie nelle strade e nelle piazze dei dieci rioni, i Contradaioli prima faranno la macumba contro la pioggia che ha stravolto i tempi e i riti del Palio di Siena. Poi tenteranno l’ultimo approccio alla fortuna. Ma un solo popolo sarà il prescelto. Per gli altri, resterà solo la consolazione di predisporsi all’attesa del prossimo anno.
E di poterlo fare insieme, in Contrada, dove la vita non si ferma mai. Non si arrende ad un Palio sfortunato. Si continuerà a battezzare i bimbi che nascono, a salutare insieme i vecchi che ne vanno con gli onori di tutti, a ritrovarsi a cena d’inverno come se fossero i giorni del Palio, a rinfrescare musei e chiese. A organizzare le donazioni di sangue, a compiere quelle sotterranne ma costanti azioni quotidiane di una convivialità fertile e protetta, che rappresenta un valore aggiunto in termini di aggregazione e qualità della vita. Un riferimento sicuro soprattutto per i più giovani, che crescono insieme, tra tamburi e bandiere.
Non tutto è rosa e fiori: al di là di una stucchevole retorica, da tempo le Contrade si misurano con la difficile contemporaneità. Per esempio sono impegnate a ridurre l’uso di alcool tra i Contradaioli, ad arginare la tendenza a riunirsi in gruppi al di là e al di sopra della tradizionale mescolanza generazionale. Un rischio di omologazione che si insinua nelle Contrade rispetto ad altre realtà affatto tipiche. La stessa esagerata proliferazione dei costi del Palio, così come la spasmodica attenzione dei media, sono tematiche che incidono nella dinamica contradaiola del terzo millennio. Ma la Contrada è comunque un miracolo di socialità off line, in questo tempo così segnato dalla tecnologica convinzione che si faccia socialità solo attraverso Internet.
Nelle Contrade ci si frequenta, eccome, faccia a faccia, anche se non si vive più da uscio a uscio nelle stradine del cuore di Siena, visto che i senesi vivono per lo più fuori dalle mura. E proprio le Contrade, così, diventano avamposto ideale per far sopravvivere i rioni nel cuore del centro storico, altrimenti ridotti ad “affittifici” ad uso di studenti. E specialmente quelli più distanti dal cuore della città, quasi privi di negozi. Per tutto questo, anche se domani sera il Palio lo vincerà una Contrada sola, la Contrada come entità sociale unica al mondo, continuerà a vincere il Palio della sfida con la contemporaneità. Come accade da sempre, in un equilibrio miracoloso tra tradizione e adattamento ai tempi.
La ‘rossa’ poteva risparmiarsela quella battuta infelice sul Palio di Siena, poi parzialmente ritrattata alle 21 di sera, quando ormai tutti i mezzi di informazione avevano diffuso ampiamente il verbo del ministro del turismo Michela Brambilla. Che nella prima versione, cosi’ come e’ stata diffusa, invitava ad abolire il Paliocome ha fatto la Catalogna con la Corrida e argomentava addirittura con il fatto che la festa senese offuscasse l’immagine dell’Italia. La superficialita’ e’ davvero una brutta consigliera, soprattutto quando ispira un ministro della Repubblica, che alle 21, dopo una vera tempesta trasversale di critiche fino alla minaccia di querela da parte del sindaco di Siena, Maurizio Cenni, ha diffuso una nota in cui spiegava che se l’era presa con i paliotti senza controlli sparsi in mezza Italia e che sul Palio invitava semmai a riflettere.La ‘rossa’ versione 1 e versione 2 ha comunque riunito tutto lo schieramento politico, molto piu’ di quanto riesca al suo mentore, il Cavaliere. Le dichiarazioni animaliste del ministro del turismo, in poche ore, prima e dopo la virata delle 21, e ancora per tutta la giornata di oggi, sono state censurate da una valanga di esponenti del Pd, uniti all’insegna della frase, ‘e’ una bischerata’. Ma anche dalla Lega, dal capogruppo Pdl al senato, Maurizio Gasparri, che ha detto: ‘Viva il Palio di Siena. Un evento ricco di tradizione e di sana cultura popolare. E ancora, dalla portavoce del Pdl della Toscana, Monica Faenzi, dai consiglieri del Pdl della Toscana Marignani e Magnolfi che, come aveva subito fatto il consigliere provinciale senese del Pdl, Lorenzo Rosso, invitano la ministra al Palio, per provare a farglielo capire.Enrico Rossi, presidente della Regione, ha affidato a Facebook il suo commento: ‘La ministra animalista fa ridere i pollia’ I Senesi sanno proteggere e amare i cavalli piu’ di quanto la Brambilla sa sostenere e sviluppare il nostro turismo’. Insomma, salvo qualche associazione animalista, la Brambilla e’ riuscita nell’impresa titanica di riunire la politica nostrana almeno su qualcosa. Chissa’ se Berlusconi aggiungera’ il Palio di Siena ai quattro punti della sua verifica settembrina dopo la diaspora finiana. C’e’ caso che su quello, almeno, si trovino d’accordo.
Il titolo della manifestazione, “InFortezza” con il logo-sottotitolo “Avanti popolo”, strizza indubbiamente l’occhio alla gente delle feste all’aria aperta, agli eventi di partecipazione e condivisione di massa senza bisogno di social network. Quei tipici appuntamenti estivi che per tanto tempo erano le “Feste dell’Unità”, o di Liberazione, o dell’Avanti, e che ora si chiamano in modi differenti o non si chiamano più affatto. Ma cercare il marchio di fabbrica geopolitico per targare in qualche modo la folla che da metà luglio fino a questi ultimi giorni – sabato il gran finale – ha varcato la Fortezza da Basso, a Firenze, è un esercizio in fondo fine a se stesso. In Fortezza c’è stata gente di tutti i tipi fino a notte fonda, attirata dai 24 spettacoli del Festival on line – martedì sera gran successo degli Skiantos – dove hanno brillato i Jethro Tull e la serata omaggio a Rino Gaetano, o dalle decine e decine di ristoranti, con una sorta di “quartiere latino” a far da quadrilatero del gusto con splendide bistecche argentine in grande rilievo. E poi le bancarelle etniche, la libreria, l’arena del fitness, dove si è vista gente fare spinning tutti insieme pedalando, a decine e decine. Gran successo per la pista del ghiaccio assediata fino alle 1 di notte. E poi, anche la curiosità del palo della pole dance, con le suggestive esibizioni della bella Daria Bettarini, insegnante appassionata e sempre alle prese con il distinguo dovuto rispetto alla lap dance. Appunto, attenzione, Daria insegna pole dance e non lap dance. Della seconda si sa di che si tratta; la pole dance è invece una disciplina sportiva, riconosciuta dal Coni, una vera e propria ginnastica sviluppata intorno ad un palo, con evoluzioni da far tremare i polsi. E fatte da Daria, danno anche qualche brivido in più.
Insomma, “Avanti popolo” sta per chiudere i battenti, con un unico rimpianto per gli organizzatori: Alessandro Bellucci responsabile del Festival live on e Piero Vannucci di Sicrea – la nuovo scoietà nata da Aida e Promopoint – dicono che con un minimo appoggio di qualche ente pubblico o privato, “Avanti popolo” potrebbe far breccia ancora di più nel cuore dell’estate fiorentina. Per ora, comunque, 250.000 visitatori di tutte le età con il sorriso sulle labbra, bastano e avanzano. Mica poco sorridere, di questi tempi.
E’ una sorta di via umana alla coda per l’acquisto dei libri scolastici. Un modo “soft” per attendere il proprio turno. Nella libreria di via Laura a Firenze, l’esperienza di 50 anni di attività, ha indotto i proprietari ad adottare una apprezzatissima misura di cortesia: di fronte al negozio sono state asistemate comode poltroncine, panchine e ombrelloni. Così da resistere al meglio alla fatica della coda e all’aggressione della calura estiva. La lista dei libri per l’anno scolastico che appare lontano ma è già dietro l’angolo, è una osrta di balzello che nell’era di Internet potrebbe quantomento essere alleviato. Ma intanto, l’unico modo per addolcire la pillola, è quella di provare a recuperare qualcosa, dando indietro i libri usati. Alla libreria di via Laura acquistano con metodo apprezzabile: il 30% del prezzo di copertina e uno sconto del 45% sui libri nuovi. I titolari sono disponibili e professionali. Si respira una bella atmosfera di cordialità: i ragazzi, appena finita la maturità, si liberano del fardello dei ricordi di lunghe ore passate su quei volumi. Svuotano gli zaini e si mettono in tasca, se va bene, un centinaio di euro, utili per rimpolpare il budget della vacanza. Ma in magazzino, zeppo di volumi, si può anche pescare qualche rarità d’epoca, magari da consultare seduti in strada, sulla panchina sotto l’ombrellone, davanti alla libreria di via Laura, dove persino comprare i libri di scuola diventa meno pesante.
Una domenica al mare di Toscana, sulla spiaggia di Rosmarina, è una sorta di pausa benedetta, che ti solleva da tutto il resto. Ognuno ha i suoi luoghi dell’anima. Io sarò poco esotico, ma per me Marina di Grosseto è una sorta di buen retiro, dove i ritmi si attenuano, si fanno sincopati. La giornata è quasi felpata, nonostante la calca dei vacanzieri dai e vai. La lettura di “Le perfezioni provvisorie”, splendido noir senza toni crudi di Gianluca Carofiglio, aggiunge relax, completato, a sera, dalla possibilità di cimentarmi ai fornelli con pesce delle nostre parti. Niente roba dall’Oceano Indiano, semplice pesce di casa nostra. Ma la domenica sotto l’ombrellone è anche un momento di ascolto. Forzato, vista la vicinanza delle sdraio. E scopri, così, mille mondi che ti ronzano intorno. C’è la signora che sfoggia seno e labbra rifatte ed un incontenibile tatuaggio sul fondo schiena, di color rosso, che riproduce una bocca nell’atto – pare di capire – di baciare. Ci sono cento mamme alle prese con neonati o poco più, sfinite dagli obblighi di spiaggia – formine, castelli, buchette, etc. Ci sono i dialoghi sotto l’ombrellone, che meriterebbero spesso una web cam: si capirebbe di più come è il nostro Paese. Di come vorrebbe essere. Perchè la top ten dei dialoghi è presto fatta: molta Fiorentina e grande apprensione per il caso Insua; ancora qualche maledizione agli azzurri pallidi del Sudafrica; prime discussioni sul calendario prossimo venturo del campionato; riflessioni su Belen e la sua ammissione sulla cocaina; preparazione della serata con scelta del ristorante e gara a chi consiglia il posto migliore qualità-prezzo. Qualunquismo? No, io direi, ossigeno di sopravvivenza. Sono talmente leggeri questi dialoghi sotto l’ombrellone, che verrebbe voglia di fissare questi momenti al sapore di salsedine, come se facessero parte perenne del mondo reale, che ci aspetta tra qualche settimana, finita l’estate. Non abbondano – per fortuna – sulla mia spiaggia di Marina – i tecnodipendenti, quelli che non possono fare a meno di Internet, dell’i-pod, del cellulare che per forza ti deve far restare connesso a facebook. C’è gente normale, semplice, tutto intorno, che mi pare vada in cerca di serenità, di riposo, di una pausa meritata rispetto all’incalzare delle preoccupazioni. Gente che meriterebbe maggior rispetto da chi li governa. Gente che sorride per un gelato, che fa mettere i piedi nell’acqua alla nipotina con un palpito di emozione, che scatta fotografie col cellulare – questo sì, vorrei vedere – per non dimenticare il colore del mare o l’ultimo costume comprato a saldo la sera prima. A me piace questa gente così, poco trendy, affatto “cool”, molto vera. Per esempio, la giratina a Castiglione della Pescaia, poco distante, ma distante anni luce per tipologia di vacanza, ti riporta invece dentro un mondo di modaioli, di aperitivisti, che si rincorrono nel dedalo della folla rinchiusa dentro il piccolo corso del paese. E allora senti parlare di griffes, di locali di tendenza, di ristoranti “giusti”, che quest’ultima cosa a me personalmente proprio non va giù. Dopo mezz’ora di questo andazzo da tipico programma vacanziero delle tv mediaset, fa piacere poter riprendere la macchina – posteggiata lontano lontano, vista la calca – e tornare a Marina. E nascondersi nel bel mezzo della gente semplice, quelli delle vacanze semplici, senza stress discotecaro annesso. Che noia dirà qualcuno, al limite anche giustamente. Ma se avessero assaggiato le mie alici scottate appena, la penserebbero diversamente.
Sarà che ho tanta voglia di mare. Ma nonostante questo, la foto dei pesci pagliacci – meravigliosi! – mi ispira più che altro una riflessione sui pagliacci. Non sui pesci. Due spunti dalle cronache di oggi.
1) I due esponenti politici di primo piano che, unendosi in “matrimonio”, hanno dato vita al partito politico attualmente di maggioranza relativa nel nostro Paese, hanno divorziato. Fragorosamente. Si sono divisi. Dopo tante dispute tra Berlusconi e Fini, il primo ha ripudiato pubblicamente il secondo, chiedendone anche l’allontanamento dal ruolo istituzionale che ricopre. Tralasciando il fatto che Fini è stato eletto Presidente della Camera dal Parlamento e non è lì per editto del Presidente del Consiglio. Fini reagisce e attacca il suo ex sodale, definendolo in un modo quantomento inquietante: “Illiberale”. Ora, il fatto che il Presidente della Camera accusi di illiberalità il Presidente del Consiglio, in una libera Repubblica democratica, per giunta leader del Partito della libertà, non provoca qualche turbamento in giro?
2) Il Governo continua a perdere le cause. Prima la Corte Costituzionale ritiene inammissibile il ricorso presentato, appunto dal Governo, contro la legge della Toscana che garantisce l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini che vivono nel suo territorio, anche se si trovano nello status di clandestini. Poi, il Tar del Lazio sospende l’aumento dei pedaggi stradali voluto dal Governo, perchè non motivato. Ma intanto i cittadini hanno pagato il balzello in più. E anche questo Governo che perde le cause di fronte agli organi di garanzia giurisdizionale, non provoca qualche turbamento in giro?
E tutto questo in un Paese che continua a prendere in giro i giovani, relegati al ruolo di manovalanza precaria sottosposta ad ogni ricatto, costringendo gli anziani a sostenere il loro reddito praticamente evanescente. Ma anche questo non provoca qualche turbamento in giro?
Io continuo ad aspettare che venga esposto il cartello “Sei su scherzi a parte”. E intanto medito amaramente sui pagliacci.









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